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STORIA DI MARCO E GLORIA, VITTIME DELL'ITALIA PEGGIORE

pubblicato il 17 Giugno 2017

Guardo sorridere Marco e Gloria, i due ragazzi scomparsi in quel maledetto grattacielo di Londra, e penso che il tempo dell'attesa è scaduto. La pazienza ha un limite e deve averlo anche per questa generazione che ha dimostrato di sopportare l'insopportabile.

Penso al futuro che la politica non ha saputo dare a questi due giovani e quello che provo è solo indignazione, alla quale si aggiunge altra indignazione ancora per l'indignazione che non vedo intorno a me. Perché io non dimentico che questi fidanzati dal viso limpido e dalla coscienza pulita sono stati ripetutamente insultati da chi ci governa. E non dimentico nemmeno che loro, con una saggezza che, lo confesso, non sono mai riuscito a comprendere, non hanno reagito. Non sono stati orgogliosi. Non sono scesi in strada. Non hanno rotto vetrine. Non si sono difesi. Non hanno nemmeno preteso le scuse. Se si sono sentiti offesi, non ce l'hanno nemmeno voluto dire. Sapevano che sarebbe stato inutile.

Commentando i grandi numeri, quelli dentro ai quali si perdono i volti, i nomi e le vicende personali, tre ministri della Repubblica li avevano chiamati “bamboccioni”, “sfigati” e poi ancora “schizzinosi” (“choosy”) perché vivevano coi genitori, si laureavano tardi e pretendevano il lavoro per il quale avevano studiato anziché accontentarsi di friggere patatine. Come se quel mondo in cui non riuscivano a combinare nulla se lo fossero costruito loro. Quando poi è risultato evidente che quei ragazzi stavano andandosene in massa dal Paese, un altro ministro, per non ammettere il proprio fallimento, ha scosso le spalle, spiegando che qualcuno, tutto sommato, “era meglio non averlo tra i piedi”.

Nel 2016 si sono “levati dai piedi” 157mila ragazzi, 12mila più dell'anno precedente. Marco e Gloria invece s'erano “levati dai piedi” tre mesi fa. Gloria l’aveva fatto perché “aveva il desiderio di aiutare i genitori, ma - spiega il legale della famiglia - non lo poteva certo fare qui, con offerte di lavoro da 300 euro al mese”. Nell’ultimo colloquio con la madre, quando ormai aveva capito cosa le stava per accadere, Gloria non aveva ancora rinunciato al suo ostinato proposito: <Sto andando in cielo, mamma. Ora vi aiuterò da lì...>.

Altro che schizzinosa o sfigata o bambocciona. Gloria era un fiore che è stato calpestato dalla politica. E' suo padre a puntare il dito contro “lo Stato che – accusa - costringe i nostri figli a scappare all’estero per cercare un lavoro”. Quel papà ha ragione e nessuno, nessun politico, nessun giornalista, nessun sociologo, si azzardi a dire che sono parole dettate dal dolore. Non aggiungete anche questo torto al suo strazio.

Di questo crimine contro il nostro futuro, peraltro, pagheremo a lungo le conseguenze. Perché Marco e Gloria non erano solo dei bravi ragazzi. Erano anche dei talenti, i nostri talenti. Entrambi si erano laureati col massimo dei voti in architettura e l'Italia, il Paese dove l'architettura si è elevata ad arte, li ha messi su un aereo per quell'Altrove dove entrambi hanno subito trovato un lavoro, ma anche, disgraziatamente, l'appuntamento col destino.

Londra è stata la loro Samarcanda, la fine sconosciuta incontro alla quale ciascuno di noi sta già inconsapevolmente correndo. Ma io non riesco a togliermi dalla testa che il cavallo per arrivare a Samarcanda, come nella canzone, è stato un dono del Re. Un Re che non si meritavano. Un Re che non li meritava.

A. Montanari
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