Temi dell'Agorà / Pensare altrimenti

Prima l'italiano. Riprendiamoci la nostra lingua

pubblicato il 11 Maggio 2017

È ora di reagire all'imperversante tirannia della lingua inglese, emblema della mondializzazione dei corpi e delle menti. È giunto il momento di opporsi criticamente all'invasività dell'inglese coatto dei mercati e dello spread, della spending review e dell'austerity. Apoteosi dell' "esterofilia" e dell' "apatriottismo" - parole che prendo in prestito dal Gramsci dei "Quaderni" -, l'inglese operazionale dei mercati nulla ha, ovviamente, a che vedere con l'inglese culturale di Wilde e di Shakespeare: è, al contrario, un inglese aprospettico e asimbolico, che gli inglesi stessi, con giusto disprezzo, chiamano "globish".

L'inglese - si dice - dovrebbe servire a porre in dialogo le culture e favorirne il confronto: il suo obiettivo è, invece, oggi l'annichilimento delle culture e delle identità nazionali, di modo che sopravviva un'unica cultura, quella dello scambio e dell'economia. Che è, poi, l'annullamento della cultura, se è vero, come è vero, che essa può esistere solo nella pluralità delle culture in dialogo tra loro. Non v'è dialogo ove i plurali siano meri riflessi del medesimo, del consumatore apolide e asimbolico. Si crea, anzi, un monologo di massa fintamente multiculturale, che tutto riduce al "monocromatismo assoluto" (Hegel) della società a capitalismo integrale e a pluralità livellata.

L'uso coatto della lingua inglese - diciamolo senza perifrasi - serve oggi a rendere subalterni i popoli, conferendo, come con il latinorum, un'aura di sacralità autorevole alle scelte irresponsabili delle politiche neoliberiste (spending review and austerity), presentandole come necessitate, sistemiche, oggettive e addirittura intrinsecamente buone. Riprendiamoci dunque la nostra lingua e, con essa, la nostra dignità sovrana: parliamo italiano e dialoghiamo con le altre culture senza obliare la nostra.

Di qui occorre ripartire per un riscatto dei popoli. Nelle lingue nazionali, ce l'ha insegnato Herder, è da ravvisare lo scrigno in cui sono custoditi i tesori delle civiltà, i beni più preziosi del nostro passato.

 

 

D. Fusaro

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