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POSTO FISSO, CHECCO ZALONE BATTE MARIO MONTI 3 a 0

pubblicato il 25 Maggio 2017

Io me la ricordo quella sera di febbraio del 2012. Silvio Berlusconi aveva appena ceduto agli incappucciati dello spread, ubriacando di gioia folle di esaltati che si raccolsero intorno a Palazzo Chigi per stappare bottiglie di spumante. Brindavano e danzavano ebbri di fiducia nel futuro come i loro antenati del Titanic, l'Inaffondabile.

Un po' per perversione personale e un po' per dovere professionale, avendo in cantiere la puntata del nostro bizzarro talkshow complottista&rocchettaro, scanalavo con le palpebre pesanti tra Porta a Porta e Matrix quando, rapito da uno spettacolo ipnotico, mi rizzai sul divano completamente ridestato. Spogliato del suo Loden da super-eroe, Mario Monti, il Prof che a suon di “salva-Italia”, “cresci-Italia” e “piangi-Italia” stava raddrizzando la schiena a un Paese debosciato, provava a farci ridere delle nostre lacrime. “E poi diciamolo – sogghignava, paterno e umanissimo, illuminato come un'apparizione terrena di Barbara D'Urso -, cambiare è bello! Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita!”.

Trattandosi di Canale5, controllai se non si trattasse di Scherziaparte. Solo due mesi prima, infatti, il signore che col piglio del Megadirettore fantozziano ci chiedeva docile sottomissione ad un destino di contratti a tempo determinato, co.co.co, co.co.pro, voucher e finte partite iva, era stato nominato senatore a vita da Giorgio Napolitano, grazie al quale i precari di tutta Italia gli avrebbero garantito laute provvigioni mensili fino alla fine dei suoi giorni mortali.

Perdonate se insisto con la chiave della leggerezza per discutere di un dramma tanto concreto come la precarietà; ma se lo faccio è perché sono ormai certo di aver trovato nella commedia l'anti-eroe capace di guidarci nella battaglia contro il montismo: Checco Zalone. Ebbene sì, proprio lui. Con la sua inscalfibile fede nel Posto Fisso, specie se pubblico, parassitario e clientelare, Checco archivia la rassegnazione atavica di Fantozzi, resistendo a qualunque tentativo del sistema di precarizzarlo e trionfando, infine, sui propri nemici. Checco trionfa come comico - benché la battuta sulla “monotonia” del posto fisso del senatore a vita non fosse semplice da superare - ma trionfa anche come economista e come costituzionalista.


Pensateci. Nella visione maccheronico-keynesiana di Checcho, il lavoro non può che essere stabile, magari noioso ma “sicuro”, come lo intendevano i padri costituenti e come lo intendono tuttora le nonne d'Italia nella loro anti-bocconiana saggezza. Perché un contratto a tempo indeterminato è ciò che permette ad un uomo e a una donna di progettare una famiglia, stipulare prestiti per comprare una casa, l'auto e avere almeno due figli che studieranno più dei genitori e così miglioreranno il livello socio-economico-culturale di partenza. Indirettamente però il contratto a tempo indeterminato è anche ciò che permette alle banche di fare un credito sano che consentirà poi di ammortizzare i rischi delle complementari attività speculative. L'Italia del presidente Zalone sarebbe così.

Nell'Italia di Monti e dei suoi derivati, invece, l'abolizione dell'articolo 18 ha abbattuto drasticamente il lavoro a tempo indeterminato ed ecco le conseguenze paesaggistiche: la disoccupazione oscilla intorno al livello-baratro, i consumi ristagnano, le culle languono e famiglie e banche hanno sviluppato un gigantesco problema di debiti insoluti. Precarietà uguale povertà. 

E allora forza Checco, fatti avanti! Noi l'avevamo preso fin troppo sul serio quel signore. In fondo, se alla Casa Bianca c'è Trump, perché a Palazzo Chigi non potresti esserci tu?

A. Montanari

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