Temi dell'Agorà / Euroinomani

Populisti vs. euroinomani. Voi da che parte state?

pubblicato il 02 Maggio 2017

Quando sette anni fa, con l'amico Gianluigi Paragone, cominciammo a portare in tv l'eresia euroscettica venivamo considerati eccentrici in cerca di un'identità televisiva. Mostravamo imprenditori e lavoratori spazzati via da uno strano tipo di crisi, nata in America come crisi finanziaria del debito privato ma poi scaricata sui debiti pubblici e i sistemi industriali della periferia europea dell'impero globale. E mentre il nostro patrimonio di piccole imprese spariva sotto i colpi di questa diabolica strategia, Bruxelles rispondeva impedendo ai governi nazionali di azionare l'unica leva di contrasto efficace: il ritorno dello Stato in economia.

Non c'era possibilità di dibattito. Se denunciavi il suicidio organizzato della nostra economia con argomentazioni troppo logiche per essere liquidate col marchio d'infamia del populismo, i cosiddetti europeisti intonavano la giaculatoria del “ci vuole più Europa!”. Come drogati soffocati dall'astinenza ripetevano ossessivamente che la sola cura possibile consisteva nell'aumentare il dosaggio ...del veleno. Se noi eravamo populisti, pensai, loro erano euro-inomani.

Ora però, al giro di boa dei 60 anni del trattato di Roma, il clima è cambiato. Per quanto le elite tecno-finanziarie si siano ingegnate nello scassinare gli Stati cancellando le impronte digitali (le famose riforme col "pilota automatico”), i popoli infatti hanno cominciato a soppesare le accuse dei “populisti”, che poi sarebbero i veri e soli europeisti in circolazione. Perché otto anni di austerità non hanno prodotto crescita, perché smantellare lo Statuto dei lavoratori non ha portato occupazione, perché aumentare l'età pensionabile ha solo fatto esplodere la disoccupazione giovanile.

Fatti contro le parole. Sfatati i miti, peraltro, sono cominciate a cadere anche le maschere, come insegna la parabola di Josè Manuel Barroso. Euroinomane tra i più ortodossi (mai pervenuto un suo dubbio su euro e Fiscal Compact), l'ex presidente della Commissione Europea, terminata la fortunata carriera a Bruxelles, non è tornato in Portogallo tra i suoi concittadini Piigs (maiali, come la dottrina neo-liberista ha ribattezzato portoghesi, irlandesi, greci, spagnoli e naturalmente noi italiani), ma è andato a lavorare per Goldman Sachs, la super-banca americana che col meccanismo delle “porte girevoli” (sliding doors) ha realizzato l'antico sogno alchimista della mutazione del piombo in oro, trasformando consulenti d'affari in politici e politici in consulenti d'affari. Prima di entrare nelle istituzioni europee, in effetti, anche Mario Monti, Mario Draghi e Romano Prodi avevano ricoperto incarichi di prestigio in Goldman Sachs.

Il contratto con Barroso alimenta dunque il sospetto di un intreccio malsano tra il mondo della finanza e le istituzioni europee mentre la banca d'affari americana, dal canto suo, annuncia candidamente che "l'esperienza di Josè Manuel - notare la familiarità... - sarà molto utile in tempi incerti come questi". Qualcuno ne dubita?

Concludo con una provocazione. C'è stato un tempo, sempre meno deprecato e più rimpianto, in cui i politici facevano "solo" i politici e magari lo facevano per tutta la vita. Si dirà: “sì, ma allora le sliding doors si esprimevano con le tangenti”. Verissimo. Grazie a Dio, però, le tangenti conservano ancora la peculiarità di configurarsi come reato e, in quanto tali, la giustizia le può perseguire. Per quanto inopportuni o sospetti, invece, i contratti di lavoro tra banche e politici sono legali. E al massimo si possono stigmatizzare. Una bella differenza.

A. Montanari

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione

Articoli correlati: