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ischia, terremoto, vigili del fuoco

LA LEZIONE DEI POMPIERI: CHIEDETE SCUSA AI DIPENDENTI PUBBLICI

pubblicato il 24 Agosto 2017

Il modello economico dominante, col quale politici collaborazionisti o semplicemente sciocchi stanno cercando di violentare anche il nostro Paese, non concede alternative logiche: “privato” è giusto, efficiente e funzionale mentre “pubblico” è sbagliato, inefficiente e disfunzionale.

Ripetere all'infinito questa formula, che guardacaso veicola il suo messaggio con lo schema binario come fanno la pubblicità e la propaganda, è servito a farci cadere nella trappola. Dopo anni di indottrinamento e di manipolazioni mediatiche, calibrate apposta per farci concentrare sui quattro spiccioli rubati dai “furbetti del cartellino” piuttosto che sui miliardi di danni che ci sono costati i banchieri-gangster, il lavaggio del cervello neo-liberista poteva quasi dirsi compiuto.

In effetti ero ormai scoraggiato. Impossibile contrastare la forza evocativa dell'impiegato fannullone o di questi timbratori in mutande che tornano a letto invece che andare a lavorare. Inutile ammonire dell'inganno queste giovani generazioni, riprogrammate dal neo-liberismo ad uno stile di vita fluido, privato dei diritti, delle garanzie e dei pilastri del passato. Non c'è ragione contro la stregoneria di certe immagini.

Poi, però, su questa costruzione di menzogne si abbattono improvvisamente altre immagini che, con la forza distruttiva della Natura, cioé dell'essenziale, rivoltano il terreno dimostrando che “pubblico” non è una parolaccia, ma ciò che condensa, identifica, persegue e protegge la comunità.

Abbiamo assistito tutti, in diretta e con il fiato sospeso, all'incredibile salvataggio dei tre fratellini rimasti sotto le macerie di Ischia. Un'operazione magistrale che mette insieme competenza, coraggio, tenacia e tanta umanità. Ebbene, a strappare alla morte quei bambini, peraltro replicando le stesse imprese eroiche che già avevamo ammirato a Rigopiano, Amatrice, L'Aquila ed in mille altre occasioni, sono stati uomini e donne dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, cioé a dire dipendenti pubblici.

Nei giorni dell'emergenza ci sorprendiamo della loro efficienza e della loro professionalità, li applaudiamo, ne siamo orgogliosi e magari ci diciamo pure, sottovoce, che “questa è l'Italia” e questi “sono gli italiani”. Poi però cerchiamo di conoscere un po' meglio questi angeli delle macerie e allora arrossiamo di vergogna per gli stipendi che lo Stato riconosce a chi rischia la propria vita per la nostra: 32.215mila euro lordi medi all'anno. Mi sono informato e ho scoperto che questo si traduce in una busta paga che, a seconda dell'anzianità e del “grado”, oscilla tra i 1.300 e i 1.400 euro netti al mese. Ci proteggono, ci salvano, rischiano la vita ogni giorno, sono tra i migliori al mondo e noi li trattiamo così. Perché? Forse proprio perché scontano il fatto di essere dipendenti pubblici, ovverosia dinosauri nel Luna Park della globalizzazione.

I pompieri, infatti, non sono un caso isolato. Lo stesso discorso vale anche per tutte le forze dell'ordine. Ad ogni attentato ci ricordiamo di essere in pericolo e pretendiamo che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza siano ovunque e in tempo per scongiurare ogni minaccia. Sono dipendenti pubblici anche loro ed anche la loro busta paga tipica varia, con le consuete differenze al ribasso e al rialzo, tra i 1.300 e i 1.400 euro netti. Roba da faticare ad arrivare a fine mese.

Gli attentati e i terremoti di questi giorni ci rammentano l'importanza di queste persone, eppure non riconosciamo la loro funzione sociale. Non gli diamo il giusto valore, le deprezziamo, le disincentiviamo. Ma non è una svista. Dopo anni di isteria liberista, credo si tratti di una vera e propria strategia di svuotamento dello Stato.

Basta guardare quello che sta avvenendo in altre due categorie professionali di dipendenti pubblici che restano presidi fondamentali della comunità: insegnanti e medici. Sui quotidiani nazionali - gli stessi che hanno celebrato la Buona Scuola e che già hanno sposato l'idea della ministra Fedeli di prolungare l'obbligo scolastico a 18 anni (così magari la disoccupazione giovanile diminuisce...) - si è guadagnata qualche riga di svogliata indignazione la petizione firmata da oltre 5mila docenti che chiedono che i loro stipendi vengano adeguati a quelli dei colleghi europei. Perché i nostri, naturalmente, sono i meno europei di tutti.

Giudicate voi se hanno torto o ragione. Un docente delle primarie percepisce a inizio carriera 22mila euro lordi l'anno e dopo quarant'anni di lavoro arriva alla bellezza di 32mila. I colleghi delle secondarie e delle superiori non se la passano molto meglio: cominciano con 24mila euro e prima di andare in pensione possono sperare di arrivare, al massimo e con tanta pazienza, a 36mila.

A queste condizioni la figura dell'insegnante rischia di scomparire e ovviamente non è un caso che non si trovino più docenti di matematica. Pare infatti che ben pochi neo-laureati siano così pazzi, o così idealisti, da andare a lavorare nel pubblico mentre nel privato, con la stessa laurea, gli viene offerto tre o quattro volte tanto. La Buona Scuola abbia dunque la cortesia di spiegarci chi insegnerà matematica ai nostri ragazzi tra cinque o dieci anni visto che il ricambio, in simili condizioni, non può materialmente esserci.

In questo smantellamento, colposo o doloso, dell'impiego statale tocca parlare purtroppo anche della sanità, dove giovani medici e infermieri sono costretti a stipendi miseri e ad orari pericolosi (la fatica produce errori e gli errori in questo campo si pagano cari...) perché la spesa della sanità pubblica, secondo qualcuno che vorrebbe favorire le cliniche e le assicurazioni private, costa troppo e va ridotta. E così ecco il blocco perenne del turnover, gli inserimenti col contagocce, i turni massacranti e la precarietà sdoganata anche negli ospedali. Il Patto di Stupidità europeo (si chiamerebbe “di stabilità”) applicato anche ai malati.

Io non so come la pensiate voi, ma la mia sensazione è che ciò che è statale, che si tratti di scuola, di sanità, di gestione delle risorse e perfino della sicurezza, non debba funzionare. E che se, nonostante tutto, ancora funziona è solo ed esclusivamente per merito di chi vi lavora con professionalità, abnegazione e senso del dovere.

E' difficile pensare contro lo spirito dei tempi, ma dobbiamo urgentemente riscoprire il valore del pubblico. Restituirgli dignità, rilevanza e onore. E proteggerlo dalle aggressioni del liberismo e dalle menzogne dei suoi coristi. Ricordiamoci che ciò che è pubblico è nostro. Potremmo farne buono o cattivo uso, ma avremo sempre il diritto e il dovere di usarlo nell'interesse comune. Mentre ciò che è privato, invece, è e inevitabilmente resterà cosa loro.

A. Montanari
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