Temi dell'Agorà / Euroinomani

FERMIAMO I SUPER-MANAGER E RICOMINCIAMO DA OLIVETTI

pubblicato il 31 Agosto 2017

E' tipico dell'essere umano apprezzare ciò che si aveva solo quando lo si è perduto. Sarà forse per questo che ancora una volta mi sorprendo a riflettere su un Paese che non ho più, ma che non riesco a dimenticare.

Era l'Italia della lira, del pentapartito e delle tangenti, un Paese affetto da debito pubblico, corruzione, mafia, familismo, clientelismo e burocrazia. Eppure, nonostante tutto, ricordo che in quel Paese prosperava un modello economico unico al mondo, invidiato e studiato all'estero, fatto di imprenditorialità diffusa, distretti industriali, lavoratori garantiti ed ascensore sociale in lenta ma costante salita. Allora non ce ne rendevamo conto ma, a quei tempi, eravamo anche una potenza economica.

Poi però arrivarono Mani Pulite, l'euro e la globalizzazione, le tre grandi rivoluzioni che, ci spiegarono, avrebbero finalmente cambiato il Paese. I distretti industriali infatti sono stati decimati, il lavoro garantito (che, per chi non lo sapesse, era garantito dalla politica) non esiste più e se l'imprenditorialità è ancora abbastanza diffusa è solo per via di tutti quei dipendenti licenziati e costretti ad aprire una partita Iva per fare lo stesso mestiere di prima ma senza tutele. Del mondo precedente, comunque, qualcosa è rimasto: il debito pubblico, la corruzione, la mafia, il familismo, il clientelismo e la burocrazia. Dalle tre grandi rivoluzioni, insomma, si è salvato soltanto il peggio.

Al solito mi si accuserà di passatismo, ma credo che archiviare il nostro modello economico post-bellico sia stato il peccato capitale delle classi dirigenti della Seconda Repubblica, troppo sbrigative e impreparate per comprendere l'equilibrata saggezza di quella “terza via” all'italiana, equidistante da liberismo e comunismo ma influenzata da entrambe e per questo, forse, capace di partorire capitani d'impresa straordinari come Adriano Olivetti.

Ai politici di quella stagione di trasformazione rimprovero di essersi fatti travolgere dal nuovismo ma soprattutto di essersi lasciati completamente sopraffare dalle figure, allora emergenti, dei manager aziendali che come angeli dell'Apocalisse liberista si sono abbattutti su tutto ciò che ancora non s'era inchinato a questa idolatria neo-pagana del mercato.

Fateci caso. Spread, spending review, rating, default, jobs act... Ad un certo punto della storia, politica e media hanno cominciato ad esprimersi come broker, sostituendo l'inglese all'italiano, e a parlare dello Stato come fosse un'azienda. Era il segno che la rivoluzione culturale dei manager, preparati nelle facoltà di Economia degli anni '80 come teste di cuoio nelle accademie militari, era ormai compiuta. Dovevano abbattere un modello economico diseducativo, perché non fondato esclusivamente sul diritto al profitto, e l'hanno fatto cominciando dal linguaggio.

Politici, giornalisti, cittadini: siamo tutti caduti nella trappola perché il valore sociale di quell'economia feconda e non ancora disumanizzata, in fondo, non avevamo saputo apprezzarlo neanche noi. Quello che non mi sarei aspettato, tuttavia, è che i manager sarebbero riusciti a plagiare anche i nostri “piccoli” imprenditori, ovvero i principali artefici del cosiddetto miracolo italiano, alterando, temo per sempre, il dna della nostra economia. Fiduciosi nella formazione accademica che a loro spesso era mancata, li hanno messi al timone delle loro aziende familiari e i manager le hanno stravolte, ristrutturandole, finanziarizzandole, internazionalizzandole.

Ecco, vedete, detta così suonano tutte come evoluzioni industriali perché così ci hanno educato a pensare. Poi però, quando si ha la sventura di essere coinvolti in uno di questi processi “evolutivi”, si scopre che “ristrutturare” significa accorpare, tagliare e licenziare, che “finanziarizzare” vuol dire re-investire i profitti in borsa invece che nell'azienda e che “internazionalizzare” equivale quasi sempre a delocalizzare, cioé a chiudere la fabbrica in Italia per ri-aprirla in quei paradisi della disperazione che offrono tassazioni oscene e manodopera a prezzi stracciati. E così il ricavo non si fa più migliorando il prodotto, o inventandosene di nuovi, ma lucrando sui margini. Dov'erano fantasia, progettisti e coraggio, ora sono consulenti fiscali, studi legali internazionali e spregiudicatezza.

La verità è che i manager non pensano come i vecchi “padroni”. Loro infatti non sono padroni di nulla, né vogliono esserlo perché sono i primi a sapere che costruire un'impresa oggi, nell'era della finanza globale, è il modo più lento, faticoso e complesso per fare profitti. Loro sono amministratori temporanei delle fatiche imprenditoriali altrui e l'obiettivo che si pongono è assicurare dividendi a se stessi e agli azionisti.

La differenza può sembrare banale, ma non lo è. Intanto perché la specificità del prodotto finisce per non contare granché. Fabbricare auto, occhiali o pizze surgelate diventa praticamente lo stesso. Mentre l'imprenditore tradizionale si identifica nel proprio prodotto e lo ama e lo odia come una parte di sé, il manager infatti ne resta sostanzialmente estraneo, coltivando una sorta di alienazione volontaria dal curioso sapore marxista. E la stessa calcolata distanza, purtroppo, sussiste con la forza lavoro. Mentre nella fabbrica tradizionale il “padrone” viveva fianco a fianco con i propri dipendenti e li conosceva uno per uno, spesso e volentieri avendoli assunti personalmente, nell'azienda globale il manager vive nel più totale distacco dalle maestranze. Così i lavoratori non sono più uomini e donne con nomi, cognomi, qualità, aspirazioni e frustrazioni, ma numeri da far quadrare. E i numeri stanno su un foglio, non irrompono nel tuo ufficio per inveire, disperarsi o ricordardarti che, come te, hanno mogli e figli cui provvedere.

Ecco perché i manager appaiono così disinvolti nel ristrutturare, delocalizzare e licenziare: perché sono fisicamente e psicologicamente separati dalle persone che licenziano. Il sistema li protegge dalla loro stessa umanità e, proteggendoli dalla loro umanità, protegge se stesso. Siccome però è l'economia a modellare la società, credo che dovremmo considerare se la società che sta modellando sia in grado di reggersi oppure no.

L'altra colpa che imputo all'economia disumanizzante dei manager, infatti, è di aver drasticamente aumentato la diseguaglianza. Dall'estero ci giungono ciclicamente degli studi che l'autorevole stampa nazionale, finanziata dai grandi gruppi, liquida sempre con spiacevole fretta. Prendendo in considerazione la parte calcolabile degli stipendi dei manager dell'economia globale (una quota consistente è fatta da stock options difficilmente quantificabili), gli inglesi ci fanno sapere che un lavoratore dipendente, per pareggiare i guadagni annuali del proprio boss, dovrebbe lavorare 160 anni. In America va molto peggio, visto che un super-manager vale ormai 400 dipendenti o, se preferite, 400 anni di lavoro del dipendente meno pagato che amministra.

C'è qualcosa che davvero non va in questo modello se anche uno come Sergio Marchionne, la scorsa estate, davanti agli studenti della Luiss di Roma, si è sentito in dovere di ammettere che “c'è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità”, aggiungendo che “chi opera nel libero mercato ha il dovere di fare i conti con la propria coscienza”.

Io non credo che queste cose debbano essere lasciate al mercato o alla coscienza dei singoli Marchionne. Credo che debba essere la politica a costringere l'economia a recuperare una funzione sociale. Noi italiani quel necessario equilibrio tra capitale e lavoro, Stato e mercato, profitto e redistribuzione avevamo saputo trovarlo. “Nessun dirigente, neanche il più alto in grado, - diceva, più di cinquant'anni fa, Adriano Olivetti - deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo”. Basta questo per capire che il nostro futuro, se uno ancora ne vogliamo avere, è tutto nel nostro passato.

A. Montanari
tags:
#Alessandro Montanari

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione

Articoli correlati: