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E IO STO COL TAR CONTRO I NEO-LIBERISTI DA MUSEO

pubblicato il 01 Giugno 2017

La sentenza che ha annullato le nomine di cinque professionisti stranieri alla direzione di altrettanti musei nazionali ha gettato nel più cupo sconforto l’intellighenzia europeista, procurando invece a provincialotti irrecuperabili come il sottoscritto intimissime soddisfazioni. Con un solo tratto di penna, infatti, il Tar del Lazio ha capovolto il paradigma liberista, messo in fuorigioco il Governo e ferito nella loro superbia gli opinionisti di regime.

Aperti alla concorrenza solo quando si tratta dei mestieri altrui – immaginate cosa scriverebbero di un direttore della Rai tedesco o francese? -, i miei colleghi giornalisti si son precipitati al capezzale del ministro Franceschini per abbandonarsi a rabbiosi cori di disapprovazione contro il verdetto retrogrado che “ci allontana dall'Europa”. Ma siamo davvero così provinciali come ci dipingono? E come mai gli stessi politici che da sempre ci esortano al rispetto per la magistratura hanno subito neutralizzato lo scherzetto del Tar con la forza bruta di un decreto?

Perché quella sentenza contiene una pericolosa restaurazione del buon senso perduto. Il Tar, infatti, si appella al decreto legislativo 165/2001 che al primo comma dell'articolo 38 scolpisce nel marmo un principio assai caro ai nostri lettori: “I cittadini degli Stati membri dell'Unione Europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri ovvero non attengono alla tutela dell'interesse nazionale”.

Capito il guaio? E chi se lo ricordava più l'interesse nazionale? Tornare ad evocarlo oggi, nel parco-giochi globale della finanza, equivale a bestemmiare la religione neo-liberista che ritiene tutto comprabile&vendibile e che prima o poi, vedrete, renderà “alienabile” anche il nostro patrimonio artistico. Magari a garanzia di un debito pubblico sempre più difficile da rifinanziare.

E allora Dio benedica quel comma sacrosanto che ora angoscia una classe dirigente così ammalata di esterofilia da aver preso a pronunciare all'inglese anche il latino, come se dire plas invece di plus, mainus invece di minus e midia invece di media facesse figo invece che fesso.

Tornando al tema dei musei, spiace ovviamente per i direttori sub iudice: stavano facendo un buon lavoro e non dubito della loro competenza né della loro disinteressata passione per la nostra arte. Chiedo tuttavia se fosse davvero impossibile scovare talenti altrettanto validi tra i nostri concittadini, come peraltro impone la legge. A giudicare dalla storia di Mauro Felicori, il direttore che con piglio tutto emiliano ha rivitalizzato in poche settimane la Reggia di Caserta, si direbbe di no. Altri Felicori in giro per il Paese ce ne sono di sicuro. E allora cerchiamoli perché ciò che ci è stato lasciato in eredità ha un valore inestimabile e siamo noi eredi a doverlo custodire e conservare. Per rispetto del nostro passato e come premessa del nostro futuro.

Dunque il Parlamento ci pensi bene prima di sacrificare sull'altare della libera concorrenza quel comma sull’interesse nazionale. Anche perché rischierebbe un clamoroso autogol. I politici, infatti, sono gli amministratori della cosa pubblica per antonomasia. Dovessimo reclutare anche loro per concorso internazionale, quanti italiani dite che rimarrebbero in Parlamento?

A. Montanari
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