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CLAUDIO OLIVIERI E IL SUO ACTUS LUCIS: UN INTERMINABILE LUMINOSO LUNGO ABBRACCIO (quarta parte)

pubblicato il 22 Maggio 2018

Con i dipinti di Claudio Olivieri ci si disintossica sempre, si vive. Certo l’arte non dà certezze – non è in primis filosofia, non è linguaggio epistemico, anche se in seguito, pur diventandone parte, la rivelanon stabilisce regole, ma al contrario contiene luce: un’illuminante e improvvisa luce, una via, o meglio infinite e numerose vie purificatrici ma non assolute: un volo pindarico della mente (anima) e hegelianamente dello spirto vitale: ossia del pensiero infinito. Per citare due grandi interpreti, due grandi intellettuali di essa come lo storico Alfred Hamilton Barr Jr (1902 – 1981), in passato direttore del Museum of Art di Nuova York, e il celebre critico d’arte americano Clement Greenberg (1909 – 1994), l’arte astratta, per il primo, “è il momento culminante di un processo di progressiva purificazione48, perché l’artista astratto, che decide di non rappresentare le apparenze del mondo, “guarda all’arte astratta come una pittura indipendente, emancipata; come fine a se stessa con un suo valore peculiare49: ed è proprio questo valore peculiare che, immerso nel mondo storico e osservante il mondo passato, purifica e trasforma facendo, così, la differenza rispetto all’odierno status quo (note: 48/49: giuseppe di giacomo e claudio zambianchi, introduzione, in: Alle origini dell’opera contemporanea, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, cit., p. XI).

Per Greenberg, parafrasato da Claudio Zambianchi, l’arte vera e autentica “deve mantenere una sua condizione auratica50 per “sottrarsi al consumo di massa51  (note: 50/51: Ivi, cit., p. XVI), eliminazione quindi – sempre secondo Greenberg in Avanguardia e kitsch, saggio scritto nel 1939 – di tutti gli elementi falsi, menzogneri e illusori dalla pittura, per giungere infine all’essenza e per “liberare questa stessa cultura52 e l’Arte “dalla sua tentazione kitsch51, denominata come un “succedaneo della cultura53 (note: 52 - 53: Ivi, cit., p. 204). Claudio Zambianchi afferma, inoltre, che presso la critica statunitense, in particolare in Greenberg, si fanno strada due concetti idealmente e teoricamente legati e destinati ad avere vasta fortuna: “quella cioè che l’arte astratta costituisca il telos (telos: ossia la svolta decisiva, il compimento, l’obiettivo; secondo il filosofo Filone (30 a. C. – 45 d. C.), giudeo alessandrino, il culmine) cui tende quando aspira consapevolmente alla purezza, e quella che, proprio perché priva di elementi rappresentativi, l’arte astratta rinunci a tutti gli elementi considerati accessori per concentrarsi soltanto su quelli essenziali55 (nota: 55: Ivi, cit., p. XI).

Allo stesso modo Theodor W. Adorno nella Teoria estetica, opera pubblicata postuma nel 1970, riflette sulla “distinzione tra arte e vita56 che porterebbe senza mezzi termini alla creazione dell’”industria culturale57, che secondo quest’ultimo “è nozione più vasta e complessa di quel fenomeno”58 già da Greenberg denominato “kitsch59 (note: 56 - 59: Ivi, cit., pp. 203 - 204), e definito con “toni apocalittici60 dallo scrittore viennese Hermann Broch (1886 – 1951) come il “male dell’arte61 (note: 60/61: Ivi, cit., p. XVI). In Olivieri quindi non c’è segno, intendo segno reale, un riconoscibile tracciato dalle forme adeguate ma, al contrario, una realtà nuova e rivelata e per molti immagine impensabile; in Olivieri si intravede subito un nuovo respiro, un ampliamento, un lievitare nel profondo, insomma uno spazio nel quale una nuova idea, una nuova mente della Natura nasce, si rivela. Così, mentre Walter Benjamin teorizza un’arte post-auratica, Adorno, al contrario, vede nell’autonomia dell’opera unica e irripetibile, e quindi in un’arte ancora auratica, la stessa “condizione di possibilità dell’arte nella società tardo-borghese62, ma senza adeguarsi ai compiacimenti della stessa: insomma un’arte che, non provocando e non cadendo nel vuoto interno della sua stessa vacuità, liberi l’uomo dalla vista feticistica e oggettuale di una realtà oggigiorno ormai sempre più virtuale e globalisticamente anti-comunitaria, una “mediocritas” ordinaria (nota: 62: giuseppe di giacomo, introduzione, in: Malevič, Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo, Carocci editore, Roma, 2014, p. 12).

I suoi dipinti non dialogano a una moltitudine, a un’informe dimenante babilonia, ma cercano in silenzio il silenzio di ogni singolo osservatore: quindi un colloquio in assenza di spasmi linguistici, un chiasmo silenzioso e solitario che precede l’incontro tra gli esseri umani: presenze umane pensanti che agiscono diversamente dal resto, dal coro comune: ossia un’azione contraria rispetto allo status quo dominante; qui, attraverso la potente forza stimolante dell’Arte e della cultura, l’agire – come incipit – diviene, per l’essere pensante, il mezzo anti-adattivo più efficace per poter dubitare, dissentire e “pensare altrimenti63 (nota: 63: diego fusaro, Pensare altrimenti: filosofia del dissenso (collana Vele n° 121), Einaudi, 2017, cit., p. 12).

L’Arte di Claudio Olivieri, per concludere, non parla per iperbole, per perifrasi di un mondo disumanizzato – come la maggior parte delle varie e decadenti vicissitudini visive chiamate da molti arte – ma, al contrario, è diretta, limpida, essenziale; l’Arte di Olivieri, accompagnando sempre l’osservatore e le sue infinite qualità nascoste al centro della vita, trasforma l’uomo da automa misero e anaforico in un ombelico espansivo, dove la sua quotidiana e umbratile dimensione si fa respiro, colore, luce ed energia visibile. Nel lavoro di Olivieri non c’è quindi una circolare struttura anaforica, ma osservando le sue opere si coglie lentamente un interminabile luminoso lungo abbraccio.

J. Córdova

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