Temi dell'Agorà / Nazionalpopolarte

CLAUDIO OLIVIERI E IL SUO ACTUS LUCIS: UN INTERMINABILE LUMINOSO LUNGO ABBRACCIO (prima parte)

pubblicato il 06 Marzo 2018

Ho conosciuto il pittore Claudio Olivieri nel maggio del 2010, anche se, per dir la verità, già dai tempi del liceo vidi stampate per la prima volta, sui libri di storia dell’arte, le immagini delle sue opere: quell’attimo visivo per me fu come un’illuminazione. Avevo da poco cambiato casa e per uno strano gioco del destino lo incontrai, di persona, sedici anni dopo, insieme a un amico pittore, – grazie al proprietario dell’appartamento – lì, nel suo luminosissimo grande studio, all’interno di un modesto cortile in via Carlo d’Adda a Milano: una via situata in una delle vecchie aree quartierali adiacenti al canale, denominato alzàia, del Naviglio Grande. In quel periodo lui aveva settantasei anni e io trentadue.

Per entrare nel nuovo appartamento avrei dovuto attraversare ogni giorno quel cortile: quello stesso cortile che dagli anni Ottanta custodisce gelosamente il grande maestro dell’arte contemporanea, proteggendolo dal trambusto esterno del mondo come un monastero che isola, tutela e innalza verso una profonda dimensione spirituale. Dopo aver bussato alla porta del suo atelier al suo invito entrammo: in quel preciso istante la prima cosa che sentii diffondersi nell’aria fu un forte e piacevole e sgorgante effluvio di olio di lino e altre alchemiche essenze mescolate e create dal pittore che avevo di fronte. Olivieri era intento a osservare allora una grande tela degli anni Settanta, proprio quella che attualmente è esposta al Museo del Novecento a Milano, nella sala dedicata al movimento della Pittura analitica, insieme alle opere di Claudio Verna, Giorgio Griffa e altri importanti pittori. Un’immensa tela scura con ai lati intensi colori innaturali, mentali: decisi spasmi blu-violacei, fluttuanti, accecanti e profondi rossi soffiati (Permanenza in blu del 1972).

Ipnotizzato ed entusiasta osservai con estrema attenzione quell’infinita estensione: là, in silenzio, dialogando visivamente col dipinto, capii subito la grande potenza lirica del suo lavoro. Nel momento dell’incontro fui sopraffatto da una forte emozione, e così emozionato mi presentai. Claudio Olivieri volle sapere se fossi anch’io un pittore, e voltandomi verso di lui, osservando intorno a me le numerose tele libere e accatastate nelle rastrelliere, il grande tavolo alchemico da lavoro, cosparso da innumerevoli pennelli, colori, schizzi, gli risposi, balbettando, di sì. In effetti era quello che ero, un giovane pittore. Solo un pittore e niente di più. Non dimenticherò mai quel preciso momento, un istante di vita che porterò e custodirò per sempre. All’epoca lavoravo per una cooperativa che faceva servizio di vigilanza all’interno del Palazzo dell’Arte adibito a museo, sede della Triennale di Milano, e nei momenti liberi dipingevo in un piccolissimo box-auto. Un periodo molto fecondo e felice.

Da allora iniziai a frequentare Olivieri, accostandomi con delicatezza al suo mondo: a volte aiutandolo nelle varie faccende giornaliere, a volte trasportando, per osservare meglio, tra una parete e l’altra dello studio, le grandi tele, o discutendo su vari argomenti: dalla pittura alla politica alla vita. Molte discussioni riguardavano e vertono ancora oggi sull’importanza del colore, della luce, della profondità spirituale e non materiale del dipinto, o sulla pittura in generale. Tra i suoi pittori amati ricorda sempre il grande Osvaldo Licini (1894 - 1958), e le sue solitarie, malinconiche e disilluse presenze: le Amalassunte1; parla di Henri Matisse (1869 – 1954) e del suo colore che non appartiene più alla forma ma ad altro2; di Giotto di Bondone (1266 – 1337) e della sua espressiva innaturalità che, smarginando oltre lo spazio pesante della parete, iniziò già da allora a dialogare col futuro3; Giotto, coetaneo del poeta fiorentino Dante Alighieri, viene da quest’ultimo immortalato, letterariamente nell’XI canto del Purgatorio, come il più innovativo dei pittori dell’epoca; parla dell’olandese Johannes Vermeer (1632 – 1675) e della sua leggendaria delicatezza, risolta pittoricamente in quel luogo magico dalle piccole quotidiane distanze vissute4; del francese Pierre Bonnard (1867 – 1947) e del suo colore luminescente e intimistico che infiamma la visione5; di Mark Rothko (1903 – 1970) e della profonda e misteriosa luce presente costantemente nel colore dei suoi dipinti6; delle sublimi opere di Barnett Newman e della assenza di peso del colore tra le varie campiture, e infine della sua ricerca dell’Assoluto7 (note: 1/2/3/4/5/6/7: memorie/diario: conversazione privata fra il sottoscritto e il pittore Claudio Olivieri, 2011 – 2018). Mi parlò del Tintorétto (Jacopo Robusti, 1518 - 1594) e del suo inspiegabile costrutto spaziale nei telèri sognati, progettati e realizzati, tra il 1564 e il 1588, facenti parte del grande e imponente ciclo pittorico (storie del Vecchio e del Nuovo Testamento) per la Scuola Grande di San Rocco a Venezia: qui cito quello che Olivieri scrisse in un articolo pubblicato nel 2008 sul bimestrale di cultura visiva FMR: “Il costrutto spaziale è a volte inspiegabile, come pure la dismisura delle profondità, lo smarrirsi delle distanze, il contrarsi e dilatarsi dello spazio. La prospettiva, trasformata in vertigine, non è più un ordito spaziale o una determinazione del punto di vista. È infatti qui che i punti di osservazione si modificano, a volte moltiplicandosi o sovrapponendosi, sembrano aggirare i soggetti, siano figure, interni, paesaggi o quinte d’ombra; veri e propri arbitri spaziali, topologie improbabili che risveglino tutte le memorie dei sensi, donandoci l’abbandono delle indicazioni storiche, dei parametri concettuali, sino a lasciar emergere perfino la naturalezza dell’improbabile”8. Claudio Olivieri meditò, inoltre, sulle vicende storiche in cui visse il grande pittore veneziano: “Forse c’è d’aiuto pensare alle vicende politiche, militari e sociali della Repubblica, alle guerre, alle lacerazioni che stavano succedendosi, alle pestilenze e alla precarietà del vivere quotidiano e, per un pittore, alla luce del giorno e alle tenebre della notte, all’oscurità che divorava tanta parte del tempo. In verità qui la luce è oscura”9, per affrontare, davanti all’opera cinquecentesca, un discorso sulla luce e sul colore “Ma è proprio la luce che prende possesso del nostro vedere, riscatta ciò che sembrerebbe contraddittorio, non si sofferma sui corpi ma sembra attraversarli in un susseguirsi di apparizioni senza sosta. Non si tratta di un contrasto tra luci e ombre ma delle due cose insieme, l’una generatrice dell’altra. In questo sta il dominio del colore che non modella la forma ma la costituisce per saturazione, non conferisce una gravità ma ne fa il luogo di un evento. Le raffigurazioni paiono dimentiche delle proporzioni e sembrano inseguire lo spazio invece di esserne circoscritte. Tutto sembra permeato da questo continuo cromatico, come percorso da un bagliore che investe il vicino e il lontano”10 (note: 8/9/10: claudio Olivieri, La luce, il colore, in: Genio italiano, Smisurato Tintoretto, in: FMR spa/Gruppo FMR-ART’E’ (Rivista bimestrale e cultura visiva), nuova serie, n. 23, gennaio-febbraio 2008, Villanova di Castenaso (Bologna), cit., pp. 26 - 29).

È in ogni parola testimoniata che tutta l’essenza, quindi l’elemento originario nella pittura di Claudio Olivieri, prende forma, si dimostra, germoglia e viene alla luce. Qui, sull’esempio del Tintorétto e in questo chiaro e lucido discorso, c’è parte della sua poetica e tutto il suo desiderio di essere solo un pittore, un pittore libero: perché Olivieri non parlando di sé si è qui rivelato al pari della sua Arte. Sì, la Pittura e l’Arte erano e continuano a essere la sua vita: un giorno rispondendo alla domanda postagli da un critico affermò che sarebbe voluto essere un “non nato11 che non essere quello che è diventato, cioè un pittore: insomma che dire di più? La sua arte è pura, una delle più pure del secondo Novecento e oltre (nota: 11: Cfr., intervista di ettore ceriani, Un pittore in libertà, in «Lombardia oggi», 25 ottobre 1998). In seguito iniziai a frequentare anche la sua casa. Una grande e modestissima casa pervasa di forte spiritualità, quella stessa presente nel suo studio. Olivieri non divide l’arte dalla vita ma le vive nello stesso modo, solo come un grande artista sa fare. Durante i nostri incontri continuo a prestare molta attenzione alle sue lucide riflessioni su ogni argomento trattato: dalla letteratura alla poesia fin alla musica: da quella gregoriana a quella fiamminga fino agli autori contemporanei più lirici; perché quando lui più si infervora più diventa lucido nell’esporre le sue idee: “un discorso lucido, preciso, i suoi giudizi taglienti”12. Anche il pittore Claudio Verna descrisse Olivieri in questo modo: insomma non ero il solo ad averlo pensato (nota: 12: Catalogo: testimonianza del pittore claudio verna, in: Claudio Olivieri, l’urgenza di accadere, ed. Ferrarin incontri d’arte, Legnago (VR), cit., p. 9).

Olivieri che non si è mai compromesso ha vissuto la sua vita con un’anxietas senza tregua, rispetto a molti suoi colleghi uccisi dalla noia; e come egli stesso afferma “La noia13 è “un eccesso del tempo, non tempo in eccesso14 (note: 13/14: Ivi, cit., p. 56). Proprio quest’anxietas viene esemplificata con obiettiva trasparenza nel suo piccolo libricino – ampliato e ripubblicato di recente dalla casa editrice Mimesis, dal titolo Del resto, aforismi e altri scritti (1965 - 2015) – attraverso i suoi lucidi e il più delle volte taglienti aforismi.

 

J. Córdova

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione

Articoli correlati: