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alessandro montanari, ATTENTI, IL POPULISMO ANTI-CASTA É UN'ARMA DELLE ELITE

ATTENTI, IL POPULISMO ANTI-CASTA É UN'ARMA DELLE ELITE

pubblicato il 20 Luglio 2017

Oggi vorrei parlarvi di come il popolo italiano sia stato educato ad accettare, quando non addirittura ad invocare, le tecnocrazie che l'hanno ridotto nelle attuali condizioni di impoverimento, indebitamento, disoccupazione e precarizzazione. Faccio una premessa: quando espongo questa mia riflessione, del tutto personale ed intuitiva ma credo non priva di elementi oggettivi, suscito generalmente qualche attenzione, ma anche indubbie resistenze psicologiche. C'è chi non si ritiene influenzabile e rifiuta il pensiero di poter essere stato in qualche modo indirizzato mentre altri non si arrendono all'idea che non esista categoria professionale, ma vorrei dire umana, che sia impermeabile alla corruzione. Sono illusioni che rispetto per averle io stesso provate.

E ora veniamo al punto. Credo che i signori del mercato globale stiano perseguendo un disegno autoritario che si serve della credulità dei popoli per neutralizzare l'unica arma ancora in grado di difenderli dal loro potere: la Politica. E' piuttosto evidente, a questo proposito, che la leva utilizzata per penetrare nella coscienza pubblica, orientarla al disprezzo dei politici e, per induzione, al disprezzo della Politica stessa, sia stata in questi anni la retorica anti-Casta. Questo fortunato filone del “populismo”, tuttavia, non nacque dal basso, dove semmai venne calato come una rete da pesca, ma dall'alto, ovvero nelle prestigiose stanze del quotidiano della “buona borghesia italiana”, ancora proprietà, ai tempi, dei più importanti attori economico-finanziari del Paese.

A scrivere La Casta, infatti, furono due grandi giornalisti del Corriere della Sera, Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, che a ben guardare non fecero altro che radunare episodi già abbastanza noti di privilegio e corruzione e dargli un nome evocativo. In quell'atto d'accusa, però, tutto ruotava intorno alla politica e alle sue clientele. Come se nel Paese ci fosse solo una Casta e non ve ne fossero altre: negli ospedali, nelle università, nell'imprenditoria, nella finanza, nella burocrazia e ovviamente anche nel giornalismo, magazzino inesauribile di clienti, cortigiani e furbacchioni che mai nessun giornalista denuncia.

Quel libro fu un successo editoriale sensazionale: venne ristampato 24 volte ed ancora oggi ispira repliche ed imitazioni. Preciso subito che fu un successo meritato perché portare all'attenzione dell'opinione pubblica vicende di spreco e malcostume è compito precipuo del cronista e la politica, se è degna di questo nome, deve prenderne atto e correggersi.

Quello dell'analista, tuttavia, è un compito diverso. E ad un analista attento non può certo sfuggire che quel libro piacque in egual modo a chi si sentiva schiavo e a chi si sentiva padrone e fu questo, probabilmente, a trasformarlo in una micidiale arma di distruzione (o distrazione?) di massa. I politici divennero tutti uguali, sfacciati percettori di privilegi e corrotti presunti, e scontrini da pochi euro furono sbattuti in prima pagina come fossero tangenti da qualche milione.

La soluzione al problema fu presto individuata, sotto l'insegna neo-liberista del taglio alla spesa e per mezzo del solito mix di suggestione dall'alto e adesione di gregge dal basso: affamare la bestia e affidarsi ai tecnici. I partiti - che nel frattempo si stavano riqualificando come Movimenti o Liste Civiche per scampare all'indignazione generale - furono costretti ad accettare quel che la massa, accecata da un disgusto continuamente nutrito, li aveva indotti a pretendere: l'azzeramento del finanziamento pubblico e con esso la totale dipendenza della politica dalle tasche dei padroni. Padroni che non danno nulla per nulla e che, in cambio del proprio sostegno, possono aspettarsi un occhio di riguardo senza nemmeno doverlo chiedere. Del resto, chi sosterrebbe una legge contro i poteri che lo finanziano? E chi foraggerebbe un partito che produca leggi contro i propri interessi? A naso, direi nessuno.

A naso però, e col senno di poi, osservo anche che la fanfara dell'antipolitica ebbe un tempismo perfetto sulla Storia a venire. Il libro la Casta uscì infatti nel 2007, cioé alla vigilia della grande crisi del debito privato (americano) che poi si abbattè come uno tsunami sui debiti sovrani (europei). A posteriori potremmo azzardare che la finanza, a quei tempi, sapesse già di doversi rifare delle sue perdite al gioco. I polli da spennare furono presto individuati negli Stati nazionali e la pressione sui debiti pubblici sarebbe stato il mezzo per trasformare la carta straccia in beni reali.

Ma restava l'ostacolo, almeno potenziale, della politica. Il tesoro aveva ancora dei guardiani e, per fregarselo tutto, si puntò su quelli che se ne fregavano un po'. Delegittimare la politica dall'alto sarebbe stato impossibile, ma in Italia c'era lo straordinario precedente del 1993 quando un popolo furibondo, ma fino allora mansueto e incline alla cortigianeria, si raccolse improvvisamente fuori dall'Hotel Raphael per scagliare monetine contro Bettino Craxi. “Il politico che ruba”, si diceva allora. Il politico “che ci ammonì sui rischi dell'euro”, “che si oppose alle svendite di Stato” e “che sfidò gli americani a Sigonella”, si dovrebbe dire, a mio avviso, oggi.

Una Tangentopoli senza tribunali: ecco cosa serviva. Ma perché il delitto fosse perfetto occorreva persuadere il popolo a giocare la parte dell'utile idiota. E così la stessa gente che sarebbe stata depredata dalle elite finanziarie internazionali fu dapprima eccitata al populismo più cieco e quindi sospinta a disarmare la sola trincea che ancora le restava a difesa del proprio lavoro, della propria pensione, dei propri risparmi e dei propri diritti.

Ecco perché, pur riconoscendo la piena legittimità delle rivendicazioni di giustizia e moralità dei colleghi Rizzo e Stella, scoraggio chiunque ad abbandonarsi alla retorica Anti-Casta: perché fa il gioco dei poteri economici. Abolire il finanziamento pubblico ai partiti, ridurre drasticamente gli emolumenti dei parlamentari e decimare le Camere non servirà in alcun modo a risanare i conti dello Stato, ma con certezza trasformerà la politica in un affare esclusivo dei forti e a tutela dei forti. A tutto svantaggio dei deboli, che dovrebbero sempre diffidare quando, dall'alto, li si vuole istruire a pensare. Anche il Cavallo di Troia, all'inizio, sembrò un segno di pace.

A. Montanari
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