Temi dell'Agorà / Humus

Accogliamoli tutti

pubblicato il 26 Febbraio 2018

L'idea dell'accoglienza illimitata è sostenibile all'interno di un contesto di prosperità, di sufficiente copertura dei servizi sociali, di creazione di posti di lavoro. Cioè di benessere diffuso e sufficientemente redistribuito. Non è il nostro caso, purtroppo. Si deve scegliere fra priorità, fra l'aiutare i propri cittadini o agire nel nome di un egualitarismo di maniera che non aiuta nessuno, né i propri cittadini né, alla lunga, gli immigrati.

Definire l'italianità il criterio per favorire, nell'assegnazione di servizi sociali, alcune famiglie rispetto ad altre, probabilmente non è di sinistra, non è cristiano, non è giusto. Ma non si può, non si deve, evitare di guardare cosa realmente si muove nella pancia, nel cuore e nella testa di quelle famiglie italiane che si trovano dietro a quelle immigrate, più numerose, in queste particolari graduatorie della disperazione.

Non ci sono soluzioni facili, come per tutti i problemi complessi. Ci sono però narrazioni che mistificano, a destra e a sinistra.

I radical chic amano i profughi, purché non a Capalbio. La destra vagheggia impossibili stop all'immigrazione. In mezzo ci siamo noi, che a Capalbio ci possiamo permettere di acquistar poco o nulla; e la seconda casa ce l'abbiamo, se va bene, a Montoso http://interessenazionale.net/blog/mattina-mi-son-svegliato-e-ho-trovato-linvasor. In mezzo, ci sarebbe da gestire un fenomeno imponente e problematico, in una società che non è più opulenta come una volta.

Che interi segmenti produttivi e mestieri siano stati spazzati via dalla globalizzazione è un dato di fatto. Che gli immigrati si concentrino in quartieri periferici, lasciando relativamente tranquilli i ceti medi urbani, è anch'esso un dato di fatto. Che la concorrenza degli immigrati tocchi soprattutto i ceti popolari è ancora un dato di fatto. Che una parte dei posti di lavoro conquistati dagli immigrati siano sottratti ai nativi, e che in alcuni settori la presenza di un "ceto industriale di riserva" composto da immigrati possa comprimere i salari e peggiorare le condizioni di lavoro di tutti è evidente.

Non è che a sinistra non lo sappiano. E' che non gliene frega niente.

A destra lo sanno, forse, ma sono intontiti dallo slogan improbabile "aiutiamoli a casa loro".

I primi ad esserne felici dello stop all'immigrazione sarebbero proprio i migranti, costretti a spostarsi alla ricerca di un futuro migliore. Per frenare il fenomeno andrebbero fatte cose che saremmo ben lieti di vedere: andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, per offrire lavori dignitosi agli italiani e creare nuove opportunità lavorative; non lavori a basso costo per poveracci. Andrebbero cambiate le politiche ambientali per evitare gli effetti del riscaldamento globale e quindi le migrazioni dovute a disastri ambientali. Andrebbero fermate guerre dietro a cui si celano le grandi potenze globali. Andrebbero sposate politiche di sviluppo locale ben diverse da quelle che noi occidentali attuiamo ora, basate sull'estrazione di risorse naturali e sul trading finanziario di materie prime alimentari. E soprattutto, andrebbero creati spazi di democrazia in quei paesi dove i dittatori sono "figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana". Una strategia mondiale di inversione di rotta che non esiste oggi. Chi parla di aiutarli a casa loro mente sapendo di mentire.

Tra l'impossibile "accogliamoli tutti, senza se e senza ma" della sinistra e l'altrettanto impossibile "fermiamo l'invasore" della destra, ci siamo noi, alla ricerca di un possibile compromesso.

Un compromesso di convivenza in un quadro in cui c'è lavoro perché viene redistribuito, ad esempio. In cui le politiche d'austerità lasciano spazio a politiche espansive che si occupano delle nostre periferie abbandonate, per fare un altro esempio. Un mondo dove vivremmo meglio tutti noi, autoctoni o immigrati, che faremmo a meno di facili slogan elargiti a piene mani da palazzi del centro storico di Roma o dalle piazzette di Portofino.

A.

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