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TORNARE AL FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI. SUBITO

di Alessandro Montanari

Ci sono epoche della Storia, e questa è una di quelle, nelle quali per essere rivoluzionari, ed invertire il rapporto tra dominanti e dominati, occorre agire da restauratori. Nel contesto della globalizzazione, ad esempio, si porrebbe un obbiettivo dichiaratamente rivoluzionario chi proponesse la restaurazione dei diritti del lavoro che, in nome del libero mercato, ci sono stati sottratti. Non credo affatto che si tratti di un proposito utopistico. Credo anzi che, presto o tardi, le forze politiche popolari saranno costrette ad unirsi intorno a questa battaglia. Ma la riconquista dei diritti non avrà alcuna chance di successo se, prima, non avremo restaurato anche il principio che di tutte le conquiste sociali è stato la necessaria premessa.

Vado al punto senza giri di parole: io penso che, se non torneremo in fretta ad una forma di finanziamento pubblico della politica, la progressiva distruzione dei nostri diritti costituzionali non potrà che essere inevitabile ed irreversibile.

Ho già esposto queste premesse in altri articoli ma, per spiegarmi, devo brevemente riproporle. Avendo ottenuto dagli Stati nazionali una resa non dichiarata, ma implicita, alle leggi del mercato, la globalizzazione ha scardinato i poli dello scontro politico novecentesco. La tradizionale direttrice “destra-sinistra” è stata infatti soppiantata da una direttrice verticale “sopra-sotto”, o dei “pochi contro i molti”, che alla volontà di dominio di un'esigua, ma potentissima, oligarchia transnazionale contrappone la volontà di resistenza dei popoli. E' per reazione a questo attacco dall'alto, in effetti, che voti tradizionalmente “nemici”, provenienti dalla sinistra marxista e dalla destra sociale, si trovano sempre più spesso a convergere - e convivere - nelle formazioni anti-sistema che il sistema i ostina a definire “populiste” per non doverle definire “popolari”.

Inquadrata la cornice, veniamo al cuore del problema. L'azione delle elite mondialiste non sarebbe risultata così soverchiante se, in questi anni, non gli avessimo consentito di truccare la loro partita con la politica. Perché la politica oggi ha tre gravi handicap rispetto ai poteri finanziari che la sfidano: trae la sua legittimità dal basso, ha processi decisionali necessariamente più lunghi di quelli aziendali e necessita di risorse che ieri aveva e che oggi non ha più. Dunque c'è solo una cosa che possiamo fare se, nel nostro stesso interesse, vogliamo rendere meno squilibrato questo scontro epocale: restituire ai partiti, che ora sono perlopiù in bancarotta, il diritto di accedere ai contributi pubblici.

Sono perfettamente consapevole dell'impopolarità di questa proposta ma trovo che, ad oltre vent'anni dalla fine traumatica della Prima Repubblica, dovremmo avere il coraggio di ammettere di esserci sbagliati. Dirò di più: di essere caduti in un vero e proprio tranello delle elite. Siamo stati ubriacati con la retorica anti-casta per raggiungere dal basso ciò che, per ovvie ragioni di opportunità democratica, non si sarebbe potuto ottenere con un'azione dall'alto: assoggettare la politica al denaro dei privati.

Nelle nostre intenzioni l'abolizione del finanziamento pubblico doveva servire a moralizzare il Paese. Nelle loro, invece, doveva servire a schiavizzarlo e mi sembra piuttosto chiaro, ormai, chi abbia recitato la parte del pollo.

So che non siete d'accordo e, se mi permetto di usare toni tanto perentori, è perché proprio non sopporto quando il popolo casca nelle astuzie del potere. Per non fare la fatica intellettuale di distinguere gli onesti dai disonesti, abbiamo buttato il bambino con l'acqua sporca. E la prova indiretta del raggiro sta nel fatto che in tante situazioni analoghe, invece, siamo stati in grado di difendere l'interesse pubblico dagli interessi dei privati. Pensateci. Negli ospedali gli scandali sono frequenti; eppure chiediamo la punizione dei colpevoli, non la fine del sovvenzionamento pubblico della sanità. Anche nelle università si ripetono fenomeni di clientelismo, nepotismo e malcostume; eppure invochiamo il rispetto delle regole e non certo la fine dell'istruzione pubblica. Pure nella gestione dei consorzi idrici si verificano regolarmente episodi di corruzione e malagestione, ma non pensiamo - e lo abbiamo anche affermato con chiarezza in uno specifico referendum - che un servizio tanto importante per la collettività debba correre il rischio di essere esercitato secondo logiche privatistiche.

Ma se siamo stati così intelligenti da proteggere sanità, università e acquedotti dai rischi della privatizzazione, perché non abbiamo capito che una privatizzazione della politica avrebbe avuto conseguenze ancora peggiori? Perché siamo stati condotti, astutamente, ad agire contro noi stessi.

So bene cosa state per obbiettare. Il finanziamento pubblico non serve più, basta chiedere i soldi ai cittadini, magari attraverso la rete. Già. E a chi li chiedi, i soldi, se i cittadini dei quali intendi rappresentare i problemi hanno proprio il problema di non avere soldi? Ci si potrebbe allora rivolgere agli imprenditori, ma poi in cambio pretenderanno qualcosa. Restano infine le banche che, guarda caso, sono oggi il più importante finanziatore, occulto e palese, della politica. O almeno di un certo tipo di politica. Perché è ovvio che le banche non daranno mai i loro soldi ad un partito che dichiari di volerne ridurre i poteri. Sarebbe stupido. O sarebbe un modo per arrivare ad ammorbidirne le intenzioni...

Non si tratta di elucubrazioni personali. Questa, purtroppo, è la fotografia di come abbiamo ridotto il sistema delle nostre stesse difese. Analizzando l'ascesa di Macron all'Eliseo, il “candidato senza partito”, lo scorso maggio Ernesto Galli della Loggia scrisse parole che trovo illuminanti: “Senza soldi – fu la premessa - non si fa politica. (…) Se nei regimi democratici scompaiono i tradizionali partiti organizzati, se non ci sono o latitano le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se non esiste il finanziamento pubblico alla politica, allora tutto il meccanismo politico-elettorale non può che essere fatalmente dominato dalla ricchezza privata. Da quella dei singoli ricchi o, più facilmente, dalla ricchezza istituzionalizzata delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere”.

Aggiungo solo una considerazione. C'è stato un tempo in cui il “lavoro” del politico non veniva retribuito. Di questa sciocchezza, cioé della rinuncia allo stipendio, oggi si riempiono la bocca tanti candidati, in particolar modo candidati sindaci, che poi, magari proprio grazie a questa sciocchezza, conquistano il consenso popolare. Remunerare il lavoro della politica fu ciò che permise al popolo di trovare un altro mezzo, che non fossero i forconi, per fare valere le proprie ragioni contro i notabili e alle società di democratizzarsi. Ed è per estensione di questo stesso principio che, dalla remunerazione del politico, arrivammo ad istituire il finanziamento pubblico dei partiti.

Vi chiedo di rifletterci. La politica finanziata dallo Stato è stata quella che vi ha dato dei diritti. La politica finanziata dai privati, invece, è quella che ve li sta togliendo. Ed io non credo proprio che si tratti di un caso.

A. Montanari
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