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RIPORTIAMO A CASA I DELOCALIZZATORI, RICOSTRUIAMO L'ITALIA

di Alessandro Montanari

L'accettazione da parte dello Stato della responsabilità della piena occupazione è la necessaria dimostrazione conclusiva che lo Stato esiste per i cittadini – per tutti i cittadini – e non per sé medesimo o per una classe privilegiata. William Beveridge, Relazione sull'impiego integrale del lavoro in una società libera, 1944.

Uno degli aspetti più deprecabili della globalizzazione è certamente rappresentato dal fenomeno delle delocalizzazioni produttive. Irretiti dai maggiori profitti garantiti da livelli salariali scandalosamente inferiori, numerosi imprenditori, proprio nel momento più duro per il Paese, hanno scelto di espatriare i loro stabilimenti, licenziando in Italia per assumere all'estero.

Il galateo mondialista non tollera giudizi di tipo morale ma è arrivato il momento di dire chiaro e tondo che chi delocalizza danneggia consapevolmente il proprio paese in almeno tre diversi modi: impoverendo la comunità locale d'appartenenza, scaricando sullo Stato il costo socio-economico dei licenziamenti (spesa per cassa-integrazione, disoccupazione e pensionamento anticipato) ed ingaggiando una forma di concorrenza sleale con gli imprenditori rimasti a combattere nei loro capannoni.

Mai dovremo dimenticare che molti di questi imprenditori, nel decennio buio della crisi, hanno preferito togliersi la vita piuttosto che dichiararsi sconfitti, chiudere la fabbrica e licenziare. Mentre altri fuggivano, loro hanno presidiato la trincea civile del lavoro ed io penso che lo Stato italiano, dopo aver riconosciuto le proprie numerose colpe, debba ora saldare il conto con tutti, premiando chi è rimasto e chiedendo indietro qualcosa a chi se n'è andato.

So che la timorosa politica di oggi non si sente autorizzata ad interferire con le libere scelte di mercato. Tuttavia non si tratterebbe di rivendicare un diritto, quanto piuttosto di esercitare i doveri che la Costituzione, sulla quale chi governa presta giuramento solenne, con tutta evidenza prescrive.

Già dall'articolo 1, in effetti, la nostra carta non lascia margini d'interpretazione, stabilendo in modo inaggirabile che “l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ma il lavoro non c'è o c'è in misura largamente insufficiente ai bisogni della comunità nazionale. Benché le statistiche considerino occupato anche chi lavori per un'ora soltanto nell'arco di una settimana, la disoccupazione totale è ancora superiore al 10% mentre quella giovanile non si schioda dal 35%. Senza considerare occupato anche chi occupato non lo è, non potendo vivere del proprio stipendio, statistiche non cosmetiche descriverebbero perciò una situazione ben più grave e veritiera. Immagino, ad ogni modo, che tutti possiamo convenire sul fatto che l'Italia abbia un'impellente necessità di creare posti di lavoro.

Appurato ciò, continuiamo a seguire il filo logico dei padri costituenti. L'articolo 3 ricorda ai nostri politici che “è compito della Repubblica – cioé compito loro - rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persone umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. All'articolo 4 la Carta ribadisce inoltre che il lavoro “è un diritto”, affermando che la Repubblica - notate l'insistenza dell'invito all'azione - “promuove le condizoni che rendono effettivo questo diritto”. Il lavoro di cui parla la Costituzione, peraltro, non assomiglia in nulla al lavoro occasionale, precario e sottopagato accettato dalle statistiche ufficiali. “Il lavoratore – stabilisce infatti l'articolo 36 - ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

Ma il lavoro, che naturalmente può e deve essere offerto anche dallo Stato, è luogo di competenza dell'iniziativa privata. La Costituzione lo riconosce, attribuendo tuttavia all'autorità politica severi compiti di vigilanza e riequilibrio. Dopo avere stabilito che “l'iniziativa economica privata è libera”, l'articolo 41 precisa immediatamente, addirittura nello stesso comma, che “non può svolgersi in contrasto con l'utilitià sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Ce n'è abbastanza per affermare che chi delocalizza svolge la libera iniziativa “in contrasto con l'utilità sociale” (articolo 41), intaccando il principio fondamentale dell'articolo 1 e innescando una concorrenza salariale al ribasso che confligge con l'articolo 36, richiamando con ciò la politica ai doveri d'intervento sanciti dagli articoli 4 e 41.

Dunque lo Stato non ha solo il diritto, ma anche il dovere, di scoraggiare la delocalizzazione e di provare a rimpatriare le fabbriche delocalizzate e avrà pure un ombrello morale sopra di sé se dichiarerà di farlo nell'ambito di un programma nazionale di piena occupazione orientato alla costruzione di un nuovo, grande, rinascimento industriale del nostro Paese. Un governo che non intenda porsi questo obbiettivo, a mio avviso, farebbe meglio a non giurare sulla Costituzione.

Una volta affermato lo scopo, restano tuttavia da decidere gli strumenti per conseguirlo. La politica ha sostanzialmente due vie per intervenire nell'economia: punire o premiare. Sappiamo però che il perdono ha più proprietà educative della condanna e delle sanzioni. La saggezza cristiana ci induce quindi a passare, almeno in via preliminare, da incentivi di natura positiva.

Confesso di non sapere bene cosa sia o non sia consentito dall'assurdo reticolo di trattatucoli coi quali i nostri governi si sono lasciati legare i polsi. Saranno gli esperti a suggerirci i mezzi che si potranno adottare, ma ovviamente siamo nel campo degli sgravi, delle decontribuzioni e degli ammortamenti, da concedere magari in misura proporzionale al numero di posti di lavoro creati. Quel che fin da ora mi permetto di proporre, tuttavia, è di destinare l'intero introito dei ritorni industriali a quegli eroici imprenditori che non hanno mai voluto cedere ai facili guadagni della delocalizzazione: attraverso il pagamento dei crediti arretrati, l'annullamento dei debiti con la pubblica amministrazione ed anche sovvenzioni a fondo perduto. Giustizia vuole che si trovi un modo di ricompensarli.

Qualora la generosa strategia della mano tesa non dovesse bastare, allora si sarebbe moralmente autorizzati a quelle misure punitive che, va detto, in altre parti del mondo si sono già dimostrate alquanto persuasive. Basti ricordare cosa abbia ottenuto Donald Trump con la pubblicazione di questo semplice tweet del dicembre 2016: “Ogni impresa che lascia il nostro Paese per un altro, licenzia i propri dipendenti, cotruisce una nuova fabbrica all'estero e poi pensa di poter rivendere i prodotti negli Usa senza conseguenze, SBAGLIA! Presto ci sarà una tassa del 35% sulla nostra frontiera sempre più forte per tutte le aziende che vogliono rivendere i loro prodotti dentro il nostro confine”.

In seguito a quell'annuncio, deriso dai commentatori dell'ortodossia globalista benché persino Obama avesse già rivolto appelli patriottici ai delocalizzatori, la Ford rinunciò al progetto di costruire una nuova fabbrica in Messico per investire nel Michigan e pure FCA, General Motors e Toyota si risolsero a lasciare produzione e posti di lavoro negli Stati Uniti.

Certo, la prospettiva di perdere quote del gigantesco mercato interno americano può essere molto più convincente della prospettiva di perdere quote dell'asfittico mercato interno italiano. E' vero. E' anche per questo motivo pratico, infatti, che la strada dell'appello ai doveri costituzionali verso la comunità d'appartenenza resta preferibile.

Agli imprenditori che hanno delocalizzato impianti e sedi fiscali, un Governo fedele allo spirito della Costituzione dovrebbe proporre un patto collaborativo di questo tipo: Noi intendiamo ricostruire l'ossatura industriale del Paese perché riteniamo che il risanamento dei conti possa passare solo da strategie di piena occupazione e benessere diffuso. Voi, che nell'ora del bisogno avete perseguito esclusviamente il vostro interesse privato, avete adesso l'obbligo morale e materiale di contribuire a questo disegno. Vi offriamo la possibilità di riscattare la vostra immagine e di risarcire la comunità cui appartenete, ma anche di conseguire profitti e di contribuire ad un rinascimento, vero e duraturo, del vostro e del nostro Paese.

C'è della retorica nelle mie parole. Lo so bene e lo riconosco. Ma la retorica è un'arma della politica. Serve ad evocare una prospettiva non contemplata, a ridestare le coscienze avvilite, ad attivare le energie inespresse e a persuadere chi ascolta - il popolo ma anche le sovrastrutture internazionali - dell'incrollabile determinazione che si spenderà nel perseguire l'obbiettivo. Perché sarà difficile, imprigionati come siamo nei codicilli degli azzeccagarbugli europei, allestire una proposta perfettamente “legale”. Ma dovremo sforzarci di essere più caparbi, più volenterosi e più intelligenti dei burocrati che ci stanno condannando al declino. Chi, e con quali argomentazioni, potrà mai vietarci di fare il bene del nostro Paese?

A. Montanari
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