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Report e Ranucci? I capri espiatori dal “politicamente corretto”

di Aurora Pepa

«Il mio messaggio è: vacciniamoci perché è utile. Ma vorremmo che tutti lo facessero nella maggior sicurezza possibile, che ci sia un sistema di farmacovigilanza che funzioni seriamente, che venga osservata la legge che le nostre autorità sanitarie – a cominciare da quelle europee – hanno imposto, e cioè l’obbligo da parte dei medici di segnalare qualsiasi reazione avversa non appena ne vengano a conoscenza». Con queste parole si è pubblicamente espresso Ranucci, il conduttore di Report finito nell’occhio del ciclone dopo la messa in onda dell’inchiesta sul vaccino anti-HPV. Lo ha fatto anche scrivendo una lettera al direttore del Corriere della Sera, con la quale ha ribadito la sua posizione e ha fatto mea culpa per la poca chiarezza con cui si è espresso. Perché, diciamolo pure, se il servizio di Report ha scatenato tal putiferio, un motivo ci sarà: e non dovrebbe essere rintracciato nella dicotomia vaccini sì/vaccini no – che pure è fondamentale, ma riguarda più strettamente le libere scelte degli individui. L’impressione che si è avuta è che siano stati scomodati argomenti intoccabili. Se così davvero fosse, Ranucci non sarebbe altro che il capro espiatorio di tutta la vicenda. «Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione, ed è quanto ha fatto la trasmissione di Rai3 Report», ha fatto sapere il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che ha aggiunto: «Report ha dato spazio a teorie prive di base scientifica, instillando timore nei confronti di una pratica sicura, efficace e in grado di salvare migliaia di donne da un cancro aggressivo e spesso mortale». A nulla sono servite le immediate precisazioni di Ranucci: a dire il vero, durante la puntata stessa il conduttore aveva più volte sottolineato come quel servizio non volesse mettere in dubbio l’utilità dei vaccini; si trattava invece di uno studio sulle reazioni avverse – che pure vi sono e per questo vanno tenute sotto controllo –, sulla base di elementi scientifici forniti dall’Oms, nel centro svedese di Uppsala.

Poco, pochissimo è bastato perché quel servizio diventasse protagonista di una accesa querelle politica, tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, soprattutto. Renzi, a colpi di tweet, accusa i pentastellati («un’altra differenza tra noi e il M5S è che loro sono per la paura, e noi per la scienza. Il vaccino non è un’opinione») ed apostrofa Grillo come “para-guru di Genova” e “pseudo-scienziato”. Di Maio controbatte, puntando il focus sulla questione della libera informazione: «il Pd non è intoccabile, L’Unità non è intoccabile, Benigni non è intoccabile, l’EMA non è intoccabile», e sul blog di Beppe Grillo viene lanciato un appello – firmato da Roberto Fico, anche presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai – con l’hashtag #SeSospendonoReport: l’invito è, qualora il programma dovesse venire chiuso, quello di sospendere il pagamento del canone. Senza volersi schierare da una parte o dall’altra, bisogna però dire che una televisione che fa servizio pubblico non può sottomettersi alle minacce provenienti dalle voci del pensiero unico dominante. Minacce che, anche questo va detto, sembrano essersi placate, considerate le rassicurazioni fornite dalla presidente Rai Monica Maggioni. Report non verrà sospeso, dunque, o almeno così c’è da sperare.

Ma ciò su cui occorre riflettere è perché quel servizio abbia suscitato tanto clamore: c’è un sotteso, spesso impercettibile dai più, legame inscindibile anche tra il mondo della sanità e quello delle multinazionali. Un legame tenuto in vita costantemente da vantaggi e guadagni di queste ultime e regolato da un bilanciere sul quale oscillano profitto e interessi individuali. L’inchiesta di Report, al di là di ogni personale opinione riguardo al tema delle vaccinazioni, ha fatto emergere come, nel tentativo di far riflettere il cittadino su benefici e controindicazioni di una consueta pratica di profilassi immunitaria, si sia andati a toccare un argomento troppo scomodo non per la pratica in sé, ma per i rapporti di potere economico che tali pratiche implicano. 

A. Pepa
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