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QUELLO CHE SERVE E' L'ALTERNANZA PARLAMENTO-LAVORO

di Alessandro Montanari

La ruvida protesta degli studenti contro l'alternanza scuola-lavoro, preteso fiore all'occhiello della Buona-Scuola, ha occupato i discorsi della politica per lo spazio massimo delle sue attuali capacità di concentrazione sui temi di scarso impatto elettorale: dal tg delle 13 al tg delle 20. Il tempo di rilasciare qualche dichiarazione alla stampa e tutti i partiti, nessuno escluso, si sono subito rituffati nel grande intrigo del Rosatellum, dando la misura della distanza che ormai corre tra il Palazzo ed il Paese reale. Da qui la proposta che mi permetto di sottoporre all'attenzione generale: sospendere l'alternanza scuola-lavoro e istituire l'alternanza Parlamento-lavoro.

Immagino già che pensiate ad una provocazione, ma vi sbagliate. La mia, infatti, è una proposta seria, che muove dalla concreta sensanzione che i politici abbiano scarsa cognizione degli effetti delle loro leggi e dalla personale convinzione che non vi sia metodo di apprendimento migliore dell'esperienza diretta.

Andiamo al punto. Io non credo che i giovani abbiano bisogno di sottrarre tempo agli studi per capire come sia stato ri-organizzato il lavoro. Lavoravano nei fast-food per guadagnare qualche spicciolo già prima che a mandarli negli stessi fast-food a non guadagnare nulla fosse lo Stato. Che il lavoro oggi sia concepito come un'alternativa temporanea e mal pagata alla disoccupazione, perciò, l'avevano capito da soli anche senza l'aiuto della buona-scuola. E secondo me avevano capito anche che la flessibilità dei contratti non serviva a creare nuova occupazione (che infatti non ha creato) ma a reintrodurre nel sistema la ricattabilità, lo sfruttamento e la sottomissione che tanto piacciono agli ultrà del libero mercato.

Ecco perché gli studenti non vogliono più saperne - ed io aggiungo giustamente - dell'alternanza scuola-lavoro: perché intuiscono che l'intenzione dei padri della Buona-Scuola, che poi sono anche i padri del Jobs Act, non sta tanto nell'abituarli al lavoro quanto piuttosto nel rassegnarli a un lavoro di questo tipo. Dunque lasciamoli studiare in pace, i nostri ragazzi, che magari, studiando, riusciranno a concepire un sistema diverso per il loro domani.

E' ai nostri politici, invece, che alternare l'attività parlamentare con qualche tirocinio formativo potrebbe fare un gran bene. A degenerare il sistema sono state le loro leggi, no? Quindi sono loro quelli che devono essere inviati sul campo a “capire com'è cambiato il mercato lavoro”. Vadano loro a friggere patatine nei fast-food, a fondere barre d'acciaio all'Ilva, a fare il tele-marketing nei call-center o a spendere notti senza senso nei twentyfourseven deserti della grande distrubuzione. Lo facciano, non dico per tanto, ma per una settimana all'anno. Gli basterebbe per capire due cose che ancora non hanno capito. Che l'inglesorum del Jobs Act non ci ha portato nel futuro ma nel passato. E che sui lavoretti della gig economy non è possibile costruire nulla: non una casa, non una famiglia, non una carriera. E figuriamoci un futuro.

Vorrei rassicurarvi. Io non sono un populista. O, se lo sono, sono un populista anti-populista, che crede nella necessità dei partiti, reclama la re-introduzione del finanziamento pubblico e giudica che quello del politico debba poter essere, a tutti gli effetti e senza imbarazzi di sorta, un mestiere. Un mestiere prezioso che, come tutti gli altri mestieri, s'impara a bottega, col tempo, con l'abnegazione e con l'esperienza dei propri errori. So però che concedere alla Politica una tale considerazione comporta il rischio che i politici si ubriachino del proprio status, scartando gli oneri e tenenendosi gli onori. Ed è proprio per questo che, nel loro stesso interesse, invito i nostri legislatori ad accettare l'alternanza Parlamento-lavoro come una forma di servizio civile.

Va detto, peraltro, che non sto inventando nulla di nuovo. Lo scambio di ruoli è stato infatti una pratica consolidata del capitalismo italiano che ricorreva a questo metodo per ispirare i futuri dirigenti ad una guida più consapevole e responsabile dell'impresa. Prima di assumere le redini della fabbrica, diverse famiglie d'industriali obbligavano i propri rampolli a andarvi a lavorare, sotto falso nome, come l'ultimo arrivato tra gli operai. Camillo Olivetti sottopose questo percorso educativo a suo figlio Adriano. E la stessa consuetudine pare seguissero, tra gli altri, anche i Piaggio e gli Agnelli.

E' vero: non sempre questa pratica ha prodotto amministrazioni illuminate. Ma qualche volta sì. E' faticando gomito a gomito con gli altri operai, ad esempio, che Adriano Olivetti maturò la sua visione illuminata di una fabbrica “comunitaria”, che sapesse cioé coniugare lo sviluppo dell'impresa con lo sviluppo economico, sociale e culturale delle donne e degli uomini che vi lavoravano. Il mio auspicio è che chi è chiamato a riscrivere le leggi del lavoro si riappropri di quella visione e di quel metodo come di un lascito prezioso.

Mettersi nei panni degli altri non è nel nostro istinto naturale, ma è la premessa indispensabile per agire nella direzione del bene comune. Non a caso è ad un perentorio invito all'immedisimazione che Gesù Cristo stesso riduce la complessa architettura dell'etica cristiana: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Ecco perché chiedo ai legislatori di fare un'esperienza personale di tutti quei lavori “umili” che il costante ricatto del licenziamento e della disoccupazione ha reso oggi lavori “umilianti”. Perché non consentano più che venga fatto ad altri quello che non vorrebbero fosse fatto a loro.

A. Montanari
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