Registro di classe

Perché la scuola è sempre più al servizio del mercato? Un po’ di storia… (parte seconda)

di Gianni Vacchelli

Continuiamo la nostra disamina critica sulla destrutturazione neoliberista della scuola pubblica, ricordando però, ancora una volta, che il dominio economicista cui siamo sottoposti è molto più esteso e capillare: le terre da predare sono quelle del mondo intero e della nostra anima. Il globalitarismo (altro che globalizzazione!) è esteriore ed interiore. Lo slogan thacheriano è la fulminea e triste sintesi del programma. “L’economia è il metodo. L’oggetto è cambiare il cuore e l’anima”. Se stanno così le cose, l’avamposto-scuola pubblica è essenziale per la colonizzazione dell’anima e della mente.

Ma zoomiamo sull’Europa, dove l’Unione Europea altro non è che una emanazione di questa teologia nichilista neoliberista. Il progetto, con buona pace di chi ancora non se ne sia accorto, è chiaramente antidemocratico. Da chi è stata eletta la famigerata troyka – la BCE, la Commissione Europea e il FMI, chiamati dal compianto economista Bruno Amoroso icasticamente “Figli di troyka” in un suo omonimo e recente libro? Quale precedente giuridico, nella sofferta ma anche gloriosa storia del diritto occidentale, può annoverare il caso di una banca centrale (di 25 rappresentati non eletti) politicamente indipendente da ogni altra autorità e in grado di decidere le sorti di un subcontinente intero? Cosa aspettiamo a prendere coscienza di queste contraddizioni radicali e letali?

E come aspettarsi che la politica dell’istruzione dell’Unione Europea non segua la deriva economicistica? Analizziamo qualche dichiarazione ufficiale, prendendo spunto dal prezioso libello di Alex Zanotelli, Che cosa ti è successo Europa?, EMI 2017. Nel 1999 i ministri europei della Pubblica Istruzione firmarono la Dichiarazione di Bologna, che prevedeva, tra l’altro, «l’adozione di un sistema di titoli di semplice leggibilità e comparabilità […] al fine di favorire l’employability [la dotazione personale di competenze utili per trovare occupazione] dei cittadini europei e la competitività del sistema europeo dell’istruzione superiore». Si legga bene la burocratica neolingua, che, tradotta, significa: la scuola, l’università sono al servizio del mercato. Il Vertice di Lisbona (2000) completa l’economicizzazione mercatistica del processo: l’obiettivo è, naturalmente, la crescita economica. E l’avversario da battere la più flessibile e ancora più neoliberista economia americana. L’Ue, secondo le direttive di Lisbona, doveva diventare così «l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo». L’economicismo pervade tutto: per questo il capitalismo della conoscenza e dell’informazione sono indispensabili al dominio psicopolitico del neoliberismo. E per questo i sistemi europei di educazione e formazione dovevano essere trasformati. E infatti il trattato di Lisbona ancora recita: «I sistemi europei devono essere adeguati alle esigenze della società dei saperi [capitalistici, psicopolitici e competitivi]». Le conseguenze sono chiarissime, anche se noi ancora sembriamo non volerle vedere: la scuola è di fatto «funzionale al sistema economico-finanziario dell’Unione Europea» (Zanotelli). E al suo pensiero unico economicista.

G. Vacchelli
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