La voce del ribelle

MACRON: ECCO A VOI IL NUOVO TESTIMONIAL DEL SISTEMA

di Federico Zamboni

È uno schema perfettamente chiaro, quello che si sta utilizzando per celebrare Emmanuel Macron e la sua vittoria contro Marine Le Pen. Uno schema che con le dovute differenze, da nazione a nazione e da momento a momento, si ripete ormai da parecchio tempo, portando di volta in volta all’ascesa di personaggi come Obama, come Renzi, e come lo stesso neo presidente francese.

Questo schema, che è talmente ripetitivo da rendere quasi incredibile che così tante persone continuino a lasciarsene incantare, consiste nell’inscenare una grandiosa rigenerazione del tessuto politico e sociale. E nel portare alla ribalta qualcuno che per la sua età e per la sua storia personale possa incarnare l’idea stessa – la suggestione stessa – di questa complicata ma entusiasmante rincorsa al futuro.

Apparentemente si tratta di leader. In pratica si tratta di testimonial. Il che, tra l’altro, rende del tutto superfluo che il “giovanotto brillante” di turno possieda delle autentiche capacità di analisi e di progetto, visto che non ne avrà bisogno. Il suo compito non è generare idee, ma riscuotere consenso. Quanto ai contenuti, non dovrà fare altro che allinearsi alle strategie di chi controlla davvero la stanza dei bottoni. Ovverosia, se ci fosse bisogno di specificarlo, di quel potere finanziario sovranazionale che utilizza gli Stati come dei feudi, e i relativi governi come paravento.

La chiave di volta di questo schema è esibire una poderosa discontinuità col passato, in modo da deviare l’attenzione dai vizi del modello dominante e da addebitarne i guasti ad altri fattori. E ad altri soggetti. Il messaggio, talvolta esplicito e talvolta no, ma sempre presente quantomeno fra le righe, è che di per sé quel modello va bene: solo che, per dispiegare le sue migliori potenzialità, non deve essere ostacolato. Né da certe incrostazioni del passato, a cominciare dai diritti dei lavoratori, né tantomeno dalle resistenze di chi ne mette in discussione i presupposti e gli obiettivi. In altre parole, non è il modello in quanto tale a essere spaventosamente egoistico, fino alla cupidigia più sfrenata e patologica, ma sono i singoli egoismi a intralciarne il maestoso cammino.

Applicato all’oggi, e in particolare all’Europa, significa fingere che quanto di negativo è accaduto finora dipenda solo o in massima parte da una serie, ingarbugliata ma superabile, di atteggiamenti psicologici sbagliati e di residue velleità nazionalistiche. Basterà abbandonare entrambi, in favore di una genuina fiducia nel fatto che l’unione (l’Unione) fa la forza, ed ecco che si dischiuderanno opportunità magnifiche e provvidenziali. In un amalgama di concretezza economica e di valori ideali che non mancano di scaldare i cuori, o se non altro i discorsi, dei commentatori mainstream.

Ne citiamo solo uno. Nel suo blog sul Fatto Quotidiano Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’ANSA, pennella questo toccante quadretto, a metà tra il diario intimo e la rievocazione storica: “l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica francese m’è parso un momento di speranza: il cortile del Louvre, ieri sera, carico di significati storici e culturali, m’ha ricordato il parco di Chicago  la sera del 4 novembre 2008, dopo l’elezione di Barack Obama: quella una speranza globale, questa una speranza europea”.

Davvero strano, che seguendo il profumo di cotante speranze si finisca puntualmente nelle discariche dell’Occidente contemporaneo.

F. Zamboni
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