Le parole della politica
Sabrina Corsello

Ma perché gli italiani non votano più?

di Sabrina Corsello

I dati parlano chiaro, sono sempre di più gli italiani che non vanno a votare. Il voto non è più sentito come un diritto irrinunziabile, né tanto meno come il primo dovere di ogni cittadino. Se democrazia è partecipazione dei cittadini, l’astensione dal voto è un chiaro segno della crisi della partecipazione alla vita politica nel suo insieme.

Anche se le cause dell’astensionismo possono essere molteplici, il fenomeno che oggi registriamo ha a che fare con il protrarsi di uno stato di apatia politica vera e propria. Disaffezione, demotivazione, sfiducia oggi sono i sentimenti prevalenti di una democrazia che sembra puntare sulla partecipazione solo in prossimità delle elezioni. I partiti politici - perso il loro ruolo di mediatori tra istituzioni e società civile - sono sempre meno presenti nel territorio, finendo con il preferire alle sedi stabili, sbrigativi gazebo predisposti all’occorrenza per raccogliere firme e adescare potenziali elettori.

Per quanto non sia facile individuarne cause univoche, possiamo però dire che l’astensionismo in atto è caratterizzato dal mancato inserimento degli astenuti nella vita socio-economica della comunità, determinato in gran parte dalla mancanza di lavoro. Il perdurare della crisi del lavoro infatti non ci ha resi soltanto più poveri, ma ha privato molti cittadini italiani della possibilità di divenire parte integrante della comunità politica e di dare il proprio contributo alla vita sociale.

L’apatia politica è dunque espressione di un’apatia più ampia in cui versa un’intera società che non osa più nemmeno sperare in un possibile cambiamento. Quelli che di più pagano le conseguenze di questa situazione sono i giovani, motivati unicamente ad andar via, a rinunciare ad ogni forma di attaccamento, in nome di una mobility che li vuole tutti apolidi e sradicati. E se è vero che la politica richiede partecipazione, presenza e assunzione di responsabilità, allora è chiaro perché per i giovani ogni forma di partecipazione politica risulta una mera velleità.

I giovani vanno via, bambini non ne nascono più e allora bisogna imparare ad accogliere - “nel nostro stesso interesse” - migranti che essendo di fatto privi di una vera appartenenza, difficilmente potranno essere inseriti nei circuiti della politica organizzata. L’escamotage della cittadinanza amministrativa, secondo cui basterebbe la residenza per votare, non garantendo una vera integrazione culturale, viene a costituire un elettorato più potenziale che reale. Nella cittadinanza dovrebbe infatti essere insito anche un principio di lealtà politica, basato su un’adesione di fondo ai principi costitutivi della comunità nazionale. Divenire cittadini, in una società democratica, significa infatti divenire compartecipi dell’autorità statale e dunque contribuire a determinare decisioni rilevanti per l’intera comunità nazionale. Essere cittadini significa cioè essere titolari di precisi doveri e non solo di prerogative e di diritti. Occorre pertanto ripartire dalla consapevolezza che il voto non è solo un diritto, ma è anche un dovere che richiede assunzione di responsabilità, se si vuole veramente combattere l’astensionismo.

Ci si chiede perché mai gli italiani abbiano smesso di votare, ma non ci si accorge che quella che sta venendo meno è la stessa possibilità di partecipare alla vita politica. Innanzitutto perché manca la possibilità di ricevere una formazione adeguata che motivi alla partecipazione. Per quanto sia vero infatti che l’uomo è per natura un animale politico, non dobbiamo dimenticare che alla partecipazione democratica si viene educati. Perché se uomini e donne si nasce, cittadini si diventa. Ma per educare non basta solo l’informazione, non basta internet, non basta l’open access; per educare ci vogliono percorsi educativi capaci di “formare” alla vita civica, di educare al bene comune e stimolare il pensiero critico.

Chi è dunque l’elettore che si astiene oggi? È un cittadino che vive il disagio di abitare in un mondo scomodo che, ciononostante, gli viene presentato come il migliore dei mondi possibili. È dunque un cittadino che sperimenta giorno dopo giorno un senso di impotenza che finisce con il paralizzarlo. Per comprendere le cause dell’astensionismo dobbiamo dunque guardare alla società nel suo insieme e allo stato di salute delle sue istituzioni. Per concludere, basti pensare all’invito ad astenersi rivolto agli elettori durante il recente referendum costituzionale. Se non più considerabile come reato, l’invito ad astenersi da parte di chi governa, dovrebbe almeno potersi considerare come un chiaro esempio di apatia politica indotta.

S. Corsello
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