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L'IDEA DI CAFFE' PER SALVARE IL LAVORO DAI POLITICI-ROBOT

di Alessandro Montanari

Nel 1972, in occasione di un importante convegno internazionale, accadde a uno di quei delusi economisti di indicare nello Stato “l'occupatore di ultima istanza”. L'espressione creò equivoci e fece quasi scandalo. Pure era stata ripresa, con regolare citazione, da un rapporto del sistema della Riserva Federale degli Stati Uniti che, di fronte alla disoccupazione creata dai processi di automazione, aveva dato incarico a proprie dipendenze locali di individuare ogni possibile fonte di lavoro valutata in circa 6 milioni di unitàà prevalentemente nella sfera dei servizi socialmente utili. 
Federico Caffè, Corriere della Sera, 15 dicembre 1983

Il compito di Cassandra, che in Italia un potere ridicolo ed arrogante ha declinato nell'immagine iettatoria del gufo, non è gradevole né gradito. Chi mette in guardia dalla catastrofe imminente, denunciando le negligenze che vanno preparandola affinché vi si ponga rimedio, raccoglie perlopiù riprovazione, dovendo scontare il solo peccato per il quale una modernità tanto sciocca da abbandonare la religione per l'idolatria non ammette perdono: l'analisi critica. E' dunque con la malavoglia di una Cassandra, conscia del pericolo così come della propria impotenza, che mi dispongo a trattare dell'incombente apocalisse che minaccia il lavoro.

Come forse saprete stiamo per entrare nella fase acuta di una trasformazione tecnologica che i sociologi, in ragione della portata delle sue conseguenze, hanno già ribattezzato la “quarta rivoluzione industriale”. Si tratta, in effetti, della più radicale sostituzione del lavoro umano mai avvenuta nella storia. Laddove prima avevamo operai, magazzinieri, impiegati, cassiere, telefonisti, autisti ma anche insegnanti, giornalisti ed infermieri, molto presto avremo solo macchine dal vago aspetto umanoide. Un numero imprecisato di mestieri svaniranno per sempre, così come scompariranno, risucchiati in un unico grande magazzino virtuale, i piccoli negozi che tuttora conservano le preziose funzioni socio-identitarie dei centri storici delle nostre città.

Per capire le dimensioni epocali del problema che la politica deve prepararsi ad affrontare, dobbiamo appoggiarci ad alcuni studi. L'istituto Forrester Research stima, ad esempio, che in soli 10 anni i robot lasceranno senza lavoro 9 milioni di americani. Allungando lo sguardo al 2065, ma specificando che il risultato potrebbe essere raggiunto con 20 anni d'anticipo, il McKinsey Global Institute prevede invece che le macchine rimpiazzeranno la metà esatta dell'attuale forza lavoro. Ma la robotizzazione non sarà un fenomeno circoscritto all'America, anzi. Immaginando che saranno i Paesi asiatici a spingere nel modo più deciso sull'automazione, l'Onu calcola che la tecnologia sostituirà il 66% del lavoro umano mentre altre ricerche alzano l'asticella all'80%.

Anche in Italia l'impatto della quarta rivoluzione industriale sarà radicale. Nel nostro Paese – che con 155 robot ogni 10mila lavoratori ha già oggi la seconda industria più automatizzata d'Europa - l'intelligenza artificiale spazzerà via, stando alle analisi di McKinsey, il 51% delle mansioni. Detto in numeri: 11 milioni di persone perderanno il lavoro.

Desidero affermarlo con chiarezza: anche io penso che lo sviluppo tecnologico possa essere una grande risorsa per l'umanità. I futuristi sostengono che allevierà la fatica fisica, sveltirà i processi produttivi, abbatterà i costi e libererà tempo da dedicare ad altre attività. Tutto vero. Ma qualcuno, intanto, dovrebbe pensare a come restituire un lavoro e uno stipendio a chi, prestissimo, lo perderà. La disoccupazione tecnologica creerà infatti un grande disordine sociale ed io ho l'impressione che i governi italiani, robotizzati dal software neo-liberista e immunizzati ad ogni pensiero alternativo dall'anti-virus del politicamente corretto, stiano lavorando attivamente per aumentare il caos.

Innanzitutto occorre ricordare il quadro sociale sul quale la quarta rivoluzione industriale interverrà. Dopo 10 anni di crisi, e nonostante la tanto celebrata ripresa, la disoccupazione in Italia resta inchiodata all'11%, col fardello di una disoccupazione giovanile che giace ormai stabilmente al 35%. Va aggiunto, peraltro, che si tratta di percentuali cosmetiche. Considerando, infatti, che l'Istat classifica come occupato anche chi lavora solo un'ora alla settimana, si capisce bene come la realtà sia molto più drammatica di come ci venga descritta.

In simili condizioni, e nell'attesa di ciò che sta per accadere, io credo che allungare l'età pensionabile e assecondare l'immigrazione siano scelte ispirate a rovinosa miopia dal momento che è ragionevole attendersi che i lavoratori anziani facciano molta più fatica dei giovani ad adattarsi alle nuove tecnologie e che un'offerta aggiuntiva di lavoratori manuali e a bassa scolarizzazione finisca per alimentare feroci guerre per il tozzo di pane tra autoctoni e nuovi arrivati.

Temo però che sia stato commesso anche un terzo errore politico. Nato per stimolare l'ammodernamento delle aziende, il decreto industria 4.0 eroga aiuti senza pretendere nulla in cambio, ricreando così la stessa asimmetria che ha consentito a troppi (im)prenditori di chiedere i fondi per internazionalizzare e di usarli, poi, per delocalizzare. La concessione del super-ammortamento per l'acquisto di macchinari automatizzati poteva invece essere vincolato ad un formale impegno al mantenimento pro-tempore dei livelli occupazionali ed alla riqualificazione professionale dei dipendenti destinati ad essere espulsi dalla tecnologia.

Molto presto milioni di donne e di uomini non sapranno come provvedere a se stessi. Lo Stato, costretto a non intervenire preventivamente da un ridicolo tabù economico, dovrà comunque farsene carico a posteriori, socializzando il danno della robotizzazione mentre altri ne avranno privatizzato gli utili in omaggio al nuovo, insostenibile, modello della “crescita senza lavoro”. Ecco perché sarebbe più razionale che lo Stato invece intervenisse subito ed in modo massiccio, ignorando le conseguenze immediate su deficit e debito in previsione dei costi ben maggiori che, a medio-lungo termine, rischierà di avere, su di essi, l'inazione.

Negli anni '70, ispirandosi alla funzione di “prestatore di ultima istanza” delle Banche Centrali, Federico Caffè suggerì, per contrastare il circolo vizioso della disoccupazione tecnologica che diventa strutturale, la formula dello Stato “occupatore di ultima istanza”. Caffè riteneva che la politica avesse un dovere etico di perseguire la piena occupazione e, benché avesse sempre stigmatizzato ogni forma di assistenzialismo clientelare, fu travolto dalle squallide distorsioni dei liberisti che, allora, stavano cominciando una forsennata campagna di americanizzazione culturale delle università, della burocrazia, dell'opinione pubblica e, naturalmente, anche della politica. A nulla, peraltro, servì informarli che quella formula era stata derivata da un rapporto della Federal Reserve ...americana. “Sembra quasi sfuggire – scrisse un desolato Caffè, 14 anni prima di scomparire nel nulla in una notte di aprile - che lo Stato occupatore di ultima istanza può essere, ad esempio, quello creatore delle necessarie qualificazioni o riqualificazioni professionali e che attendersi dalle autorità pubbliche le capacità amministrative necessarie per l'assolvimento di questi compiti non implica un grado di ottimismo maggiore di quello implicito nel supporre che queste esigenze siano soddisfatte mediante soluzioni spontanee”.

Ci sono situazioni in cui l'intervento dello Stato non è il problema, ma l'unica soluzione possibile per garantire benessere, giustizia ed equità. E noi dobbiamo richiamare la politica a questa missione morale. Finché non la smetterà di risponderci con quel “non posso” che suggerisce un “non voglio” e nasconde un “non devo”.

A. Montanari
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