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LE IDENTITÀ VELATE IN NOME DI UNA RELIGIONE FALSATA DALLE DINAMICHE DELLA MONDIALIZZAZIONE

di Aurora Pepa

Costretta a subire violenze fisiche e psicologiche da parte dei suoi genitori perché colpevole di voler vivere alla maniera occidentale: il caso della giovane ragazza di Pavia, che nelle ultime settimane ha riempito le prime pagine dei quotidiani, potrebbe essere la storia di tante adolescenti musulmane che risiedono in Italia. Solo nella provincia di Pesaro si è registrato, nel mese passato, un boom di esposti (quasi uno ogni tre giorni) presentati alla procura della Repubblica da mogli e figlie di capofamiglia musulmani. «La maggioranza dei musulmani immigrati non ha vissuto nei Paesi d’origine, non conosce l’arabo e questo li porta ad interpretare i testi sacri in modo distorto – ha detto l’imam pesarese Djamel Zemad –; il Corano non incita ad alzare le mani. È una questione di mentalità: non arriviamo alla violenza se la donna non indossa il velo». Mai come ora il dibattito sul velo si fa sentire vivo – beninteso, il velo non è altro che la parte per il tutto della cultura islamica –, perché è la stessa questione femminile ad esser diventata argomento di pubblico dominio e ad essersi sovraccaricata di significati altri. Pochi giorni fa, ancora, sulle pagine di cronaca rimbalzava la notizia della giovane adolescente di Bologna costretta dalla famiglia a rasarsi il capo per essersi rifiutata di indossare il velo.

L’obbligo del velo femminile e più in generale la problematica situazione che alcune zone arabo-islamiche presentano riguardo alla condizione della donna, sono punti a cui si è arrivati dopo tanti fraintendimenti: la politica si è permessa di prendersi pieni diritti sulla religione, facendo passare per sacri alcuni terribili giochi di potere. Sia chiaro: parlare del velo come di un semplice indumento folkloristico è un’offesa per chi lo indossa e per la sua tradizione; detto ciò, il fatto che l’elenco delle musulmane “ribelli”, ovvero di coloro le quali scelgono volontariamente di distaccarsi dai precetti dettati dalla loro religione, stia aumentando in modo notevole negli ultimi tempi, è sintomo di una difficile integrazione, per non dire mal riuscita. E se non osiamo sindacare sugli usi e costumi degli altri Paesi europei ed extraeuropei, permettiamoci di farlo almeno nel nostro: questo tipo di integrazione sottintende di per sé l’idea che dovremmo essere noi ad adeguarci e ad accettare che episodi di simili barbarie – che nulla hanno a che vedere con i precetti del Corano – siano giustificati in nome di una globalizzazione che a prescindere deve tutelare ogni tipo di atteggiamento, sia esso buono o cattivo. Lungi dall’affermare che due genitori musulmani, per il fatto stesso di essere musulmani, non siano buoni educatori per i propri figli – tanti minori, purtroppo, vengono quotidianamente sottratti a famiglie interamente italiane per episodi di maltrattamenti ed abusi – la questione sta tutta nel considerare le parole dell’imam pesarese che, se si dimostrassero vere, significherebbero che la maggioranza dei musulmani immigrati rei di un integralismo violento è importatrice entro i nostri confini di una tradizione non direttamente esportata da questa stessa maggioranza. Una tradizione che, e questo è ancor più grave, è al servizio del potere dei più forti.

Qualche anno fa Nawal El Saadawi, una delle dissidenti politiche e femministe più conosciute nel mondo arabo contemporaneo, in una intervista aveva dichiarato: «Il velo è un simbolo politico e non ha niente a che fare con l’Islam. Non c’è un solo versetto del Corano che lo imponga», aggiungendo anche: «molte persone questo lo sanno, ma il sistema educativo pone un velo sopra le menti. Il velare i cervelli è una cosa molto più pericolosa». Bisognerebbe forse parlare di dis-integrazione: nei confronti, soprattutto, delle proprie radici, delle tradizioni che vanno tutelate e mantenute in vita seguendo la logica di un equilibrio che non dovrebbe schiacciarne una a favore dell’altra. Il conflitto che si sta creando, e i fatti di cronaca lo stanno evidenziando bene, è duplice: esterno, nella lotta cristiani vs musulmani; interno, tra musulmani stessi. Ed è un conflitto dal quale ne escono perdenti religione, identità culturale, storia sociale e tradizione. La domanda che dobbiamo allora porci è: siamo sicuri che una tale gestione del processo voluto dalle dinamiche globaliste in auge e teso al raggiungimento di un melting pot in pieno stile americano tuteli il nostro interesse nazionale?

A. Pepa
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