Nazionalpopolarte

La bellezza, promessa di felicità

di Gabriele Morleo

Era il 1945 quando, in una Roma dalle macerie ancora fumanti, Roberto Rossellini batteva il primo ciack di quello che poi sarebbe diventato un pilastro della cinematografia mondiale: “Roma città Aperta”, nasceva in quel momento il Neorealismo, la più importante corrente cinematografica italiana.

Per le strade della Capitale echeggiavano ancora i boati delle bombe americane e i sinistri suoni dei passi delle truppe tedesche. L’aria era pregna di odori di morte, povertà e disperazione. A tutto ciò l’Italia rispose con quella che Benito Mussolini aveva definito in un celebre discorso “L’arma più forte”: il cinema.

Ancora una volta il nostro paese provò a ripartire, direi rinascere, attraverso l’arte e vi riuscì.

Ancora una volta L’Italia aveva vinto scommettendo sulla bellezza. La bellezza quella autentica. La bellezza che cammina tenendo per mano la veritàperchè solo attraverso questa la si può decoficare. La bellezza in grado di sublimare ogni cosa persino le atrocità della guerra, di sedimentarne il ricordo scolpendolo nella memoria.

La bellezza in grado di impreziosire anche l’oggetto più povero piochè riesce a svelarne la verità. Insomma “la bellezza promessa di felicità” avrebbe detto Sthendal. Ma la bellezza e la felicità hanno due nemici giurati: il capitalismo e l’imperialismo. Infatti se è vero che per sua natura l’uomo tende alla ricerca della felicità e che la bellezza ne è la promessa allora è altrettanto vero che negando questa attraverso tutte le sue forme, ossia l’arte, la filosofia e la cultura in generale l’uomo cercherà quella felicità nel consumo. E il bisogno spasmosidico di consumare porta ad accettare qualsiasi condizione di lavoro sino ad arrivare a novelle forme di schiavitù.

Inoltre la bellezza è anche il luogo dell’identità e lo è nella misura in cui viviamo la nostra storia attraversado le strade dell’arte e della cultura affidandoci ad srtisti e letteterati come gli unici cronisti fedeli del proprio tempo. Insomma ci conosciamo e riconosciamo attraverso Caravaggio, Piero della Francesca, Machiavelli, Dante e via discorrendo. Lo sapeva perfettamente Antonio Gramsci, il quale non appena comincia la sua vicenda carceraria in una lettera (la prima!) chiede alla proprietaria della casa dove viveva prima dell’arresto di spedirgli proprio una copia della Divina Commedia. Lo  studio e la rielaborazione intellettuale della grande letteratura italiana gli avrebbe permesso di indossare le giuste lenti per leggere attraverso il passato il suo presente ed avere un’idea piuttosto lucida di quello che sarebbe stato il futuro.

E’ proprio per questa ragione che le politiche mondialiste ed imperialiste tendono a cancellere il passato dei popoli attraverso la distruzione materiale, come avviene ad esempio in medioriente, di ogni traccia del passato o mediante un attacco sottile ma costante al mondo della cultura e dell’arte, come avviene qui da noi, che arrivano a proporre l’abolizione di una vera e propria “riserva intellettuale” come il Liceo Classico.

Un uomo senza identià culturale è un uomo senza storia e se non c’è una storia non c’è un popolo e senza popolo non può esservi democrazia ed ecco che iinstaura il più subdolo e feroce dei totalitarismi: il capitalismo. Subdolo perchè detta legge mistificando la realtà, facendo credere che non esista un potere della bellezza ma solo la bellezza del potere. Il capitale fa in modo che si confonda la bellezza con il lusso, da ottenere a qualsiasi costo, mentre la bellezza è tale anche perchè non può avere un prezzo.

Qualcuno ha detto “é il capitalismo, bellezza!”, io invece vorrei dire indicando, ad esempio, il Mosè di Michelangelo  “è la bellezza, capitalismo!”.

G. Morleo
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