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LO IUS SOLI E LA POLITICA DEI PRINCIPI (NON) NEGOZIABILI

di Alessandro Montanari

Il tempo è un galantuomo implacabile e fa sempre giustizia dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Così l'affossamento dello ius soli, giunto dopo settimane di solenni promesse del Governo, sempre accudito dalla pedagogia dell'intellighenzia, stupisce solo per la nonchalance con la quale i cosiddetti “buoni”, mossi da mere preoccupazioni elettorali, si sono messi a fare tutto ciò che avevano sempre rimproverato ai cosiddetti “cattivi” per venire ora celebrati come “realisti” dalla stessa stampa che, a parti invertite, avrebbe senz'altro preferito definirli “opportunisti”.

Per capire la portata di questo ribaltone parole-fatti occorre riavvolgere il nastro di una calda estate in cui in molti hanno speso parole inequivocabili. Il Presidente della Repubblica, del Senato e della Camera hanno ripetutamente sollecitato il Parlamento ad approvare lo ius soli alla ripresa dei lavori, l'ala sinistra della maggioranza ha incalzato pubblicamente il Governo dando ad intendere che un sì allo ius soli avrebbe favorito un sì alla finanziaria ed il presidente Gentiloni, confortato da questa assicurazione sulla vita così come dalle benedizioni del Vaticano, ha subito sigillato l'accordo lasciando in qualche difficoltà il solo Renzi che, da segretario del partito, guardava già con preoccupazione ai sondaggi.

Prima delle elezioni, sosteneva qualcuno, bisogna assolutamente fare “qualcosa di sinistra” e, nella prospettiva di un nuovo Ulivo, la cosa da fare era proprio lo ius soli. Dare concretezza alla politica dei diritti civili che ormai contraddistingue la moderna sinistra avrebbe forse fatto dimenticare la deriva iper-liberista in economia e compensato la vistosa svolta securitaria sul tema dell'immigrazione. Colpa di Marco Minniti, il ministro-sceriffo che, in pochi mesi, ne ha già fatte più di Kossiga: ha mandato i poliziotti a cavallo alla Stazione di Milano, ha sgomberato i rifugiati (non gli irregolari, proprio i rifugiati politici!) da un casermone occupato infliggendo a Roma un'intera giornata di guerriglia, ha spazzato via dal Mediterraneo le navi delle Ong e ha bloccato gli sbarchi alla fonte, andando a fare un accordo carico di chiaroscuri con la Libia di Al Serray che molto somiglia all'accordo, un tempo imbarazzante, di Berlusconi con Gheddafi. Nel frattempo peraltro, sentendosi minacciato dal carisma elettorale di Minniti così come dai benefici mimetici del profilo anti-carismatico di Gentiloni, Matteo Renzi aveva scippato a Salvini un suo grande classico: l'“aiutiamoli a casa loro”. Troppi cedimenti a destra per continuare a dirsi di sinistra.

Dunque ci voleva un segnale forte, una bella bandiera rossa da impugnare nelle feste, ormai deserte, dell'Unità. Peccato però che la bandiera scelta fosse perdente. Non tanto nel Parlamento, come ha provato a sostenere il Pd: se sei dotato di una maggioranza catto-progressista che ha sfidato l'impopolarità con decine di provvedimenti (salvabanche, jobs act, voucher, bail in, regolamenti anti-ong...), perché dovresti temere scherzi sullo ius soli? Perché forse, questa volta, l'impopolarità sarebbe costata la poltrona.

Pensateci. Il consenso allo ius soli, in effetti, non mancherebbe alle Camere se non mancasse nell'opinione pubblica di un Paese che tutti i giorni fa esperienza di una gestione disordinata, oltretutto sovente dimostratasi truffaldina e criminogena, dell'accoglienza.

E così eccoci giunti al colpo di scena finale: la ritirata. Con la tacita motivazione di evitare che i “cattivi” veri finiscano al Governo, i “buoni” si mettono a fare i “cattivi”. Pardon ...i “realisti”. Derubricano lo ius soli dal calendario del Senato e scordano la parola data ma, laddove tutti vedrebbero iprocrisia, i pedagoghi vedono saggezza, non rinunciando comunque a crocifiggere Trump per avere negato la cittadinanza ai dreamers di casa sua... Fortuna che il ripensamento generale coinvolge anche il Santo Padre che ora, offrendo un comodo scudo umanitario a chi ne abbia bisogno, afferma che bisogna accogliere, “ma finché c'è posto”.

Intendiamoci, non è la prima clamorosa piroetta della politica e non sarà certo l'ultima. Ma questa, secondo il mio modesto parere, avrà conseguenze importanti. Non sono mai stato faorevole allo ius soli e ho cercato di spiegare perché sfidando i savonarola che abbondano ormai nel Paese. Tuttavia rispetto chi si batte con convinzione per principi diversi dai miei molto più di colui che sostiene, per interesse personale o semplice opportunismo politico, idee vicine alle mie. Ammiro così tanto questa consacrazione all'ideale che in passato me ne sono spesso lasciato persuadere e certo capiterà ancora. Perché in un mondo in cui tutto si può comprare, vendere e persino svendere, sento la bruciante nostalgia di quei “principi non negoziabili” che, dopo Papa Ratzinger, non ho più sentito rivendicare da alcuno. Il problema è che non credo di essere il solo.

Mercanteggiare sui propri ideali è sempre una mossa fallimentare e lo sarà ancora di più nell'Italia di oggi che, esattamente come dice Minniti, è davvero un Paese in cui “è a rischio la tenuta sociale”. La retromarcia sullo ius soli rafforzerà la destra ma non avrà alcuna incidenza sulle frustrazioni pregresse dell'elettorato popolare di sinistra, che semmai andrà alle urne ricordandosi altro: i diritti del lavoro cancellati, i giochetti sull'età pensionabile, la condanna alla precarietà dei propri figli, i risparmi svaniti dai caveau delle banche e l'impunità generale di cui stanno godendo i responsabili di quei sacrifici andati in fumo.

Soprattutto, però, si rischierà una pericolosa frattura tra gli immigrati e le istituzioni politiche che li hanno illusi e delusi. A loro, che per inciso già oggi sono quelli che fuori dalle fabbriche o nelle piazze (vedi i numerosi episodi nel settore della logistica o la stessa reazione allo sgombero di Roma) inscenano le proteste più dure, la sinistra aveva dato, peraltro non richiesta, la propria parola d'onore. E questa parola d'onore è stata tradita nel modo più furbo, cioé evitando persino di portare il provvedimento in Aula così da vedere chi, dopo tante promesse, avrebbe detto sì e chi invece avrebbe detto no.

Non sapremo mai chi davvero si è tirato indietro sullo ius soli. Come nei plotoni d'esecuzione in cui alcuni fucili sono caricati a salve, la mancanza di un voto palese rende colpevoli tutti, ma nessuno in particolare.

Che siano italiani o stranieri non fa differenza. La politica scherza col fuoco se pensa di fare giochetti con le fasce deboli. Nelle città la convivenza civile è continuamente minacciata da guerre di accaparramento tra ultimi e penultimi: per il lavoro, per la casa popolare, per i sussidi... Non è una suggestione, è la realtà. Ed io ho l'impressione che gli immigrati, giustamente, si ricorderanno tutto. Se me lo ricordo io, del resto, perché dovrebbero scordare loro? Ed io ricordo che la politica dei “buoni” gli ha fatto delle promesse che sono state tradite per mero calcolo elettorale. Che gli ha riconosciuto l'asilo per poi sgomberarli con la forza dalle sistemazioni che, da soli, si erano dovuti trovare. Che ha bloccato i loro parenti in oscuri campi libici dei quali nessuno, dopo l'accordo internazionale, parlerà più. E che, quando è stato il momento di dare l'esempio al “popolino” egoista e spaventato, li ha sloggiati persino dalle sue spiaggette chic. Perché, “con tutti i posti che ci sono, proprio qui a Capalbio li devono mettere?”.

Ora troveranno il modo di aggiustarla. Ma questa politica, se permettete, resta un brutto spettacolo.

A. Montanari
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