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IO E CHARLOT CONTRO L'ARROGANZA DEI TEMPI MODERNI

di Alessandro Montanari

All'indomani della rivoluzione francese, volendo chiudere i conti con un passato ritenuto oscurantista, fatto di assolutismo, povertà, analfabetismo e superstizione, i rivoluzionari illuministi abbatterono le statue di Notre Dame per trasformare la Cattedrale cristiana in un Tempio della Ragione. Volevano distruggere la Religione in quanto retaggio del vecchio ma, a conti fatti, non fecero che sostituire culto a culto: dalla fede in Dio alla fede nell'Uomo. Il furore iconoclasta dei nuovisti fu tale che è tuttora difficile far notare come i moderni fondamenti della Libertà, dell'Uguaglianza, della Fraternità e dello Stato laico fossero tutti già presenti nella predicazione evangelica di Gesù che invitava ciascuno a determinare il proprio destino, usava l'appellativo di fratelli, innalzava il povero davanti al ricco e raccomandava al popolo di “dare a Cesare quel che è di Cesare”. L'idea della Modernità si presenta sempre con l'arroganza dei giusti e così può capitare che, a dispetto delle intenzioni, la rivolta al Re finisca per condurre direttamente alla sottomissione all'Imperatore.

Molto più di allora, tuttavia, è oggi che la Modernità, forte di una scienza che, dopo la religione, ha regolato i conti anche con la filosofia, sembrerebbe pretendere dall'uomo una resa incondizionata a se stessa, marchiando tutto ciò che è nuovo, solo perché nuovo, come progresso e tutto ciò che è vecchio, solo perché vecchio, come superato. Il kit della modernità non può che essere preso in blocco: chi pretende di analizzarlo, contaminarlo o scartarne una parte viene fatto passare come un oscurantista da combattere o un romantico da compatire. Ma il futuro non potrà mai cancellare il passato cosiccome il passato non può certo impedire il futuro.

C'è una storia che, secondo me, può accompagnarci per mano alla destinazione alla quale desidero arrivare. Ve la racconto come un apologo, ma è vera e verificabile in ogni suo passaggio. Eccola.

Nell'America degli anni Trenta, lacerata dalla Grande Depressione, un ex circense di strada, grazie al cinema, è divenuto un idolo delle folle. Si chiama Charlie Chaplin e la grazia della sua maschera, Charlot, ha la capacità di divertire i bambini e commuovere gli adulti. Chaplin però non piace al potere, che lo accusa di essere un sovversivo. Non un semplice contestatore, ma una vera e propria quinta colonna del nemico anti-capitalista. Lui, del resto, non nega di essere ciò che è.

Il suo mito, insomma, dà fastidio al sistema. Ma il suo mito, forse, sta per volgere al termine. Charlot infatti è un mimo, non parla, e la stagione del muto sta per essere eclissata da un nuovo grande prodigio della tecnica: il cinema sonoro. Chi avrà più interesse per i film di un mimo che si ostina a restare in scena muto?

In effetti è vero. Chaplin si sente minacciato dal progresso e vuole resistergli: l'uomo solo che frena la locomotiva. Romantico. Patetico. A chi pregusta la sua fine, ribatte, con sprezzo e superbia, che aggiungere il sonoro ai film “è inutile quanto dipengere le statue”. Si difende bene Chaplin, ma il sonoro comunque sta per arrivare e lui sa che ci dovrà fare i conti. Questa nuova tecnologia lo fa apparire inutile, vecchio, superato; eppure lui resta profondamente convinto di non esserlo.

Il fatale momento della sfida col progresso, alla fine, arriva. Perché il futuro arriva sempre e sempre prima del previsto. E' il 1936 e Chaplin, nel bel mezzo della rivoluzione taylor-fordista, decide di realizzare un film smaccatamente marxista sull'alienazione dell'operaio alla catena di montaggio. L'uomo, trasformato in macchina, impazzisce e smarrisce il senno, la socialità, l'umanità. Tempi moderni non è solo un rischio politico: è anche, e forse soprattutto, un grosso rischio artistico. E' il primo film sonoro del recalcitrante Chaplin e il pubblico freme nell'attesa di sapere quali saranno le prime parole pronunciate al mondo da Charlot.

Sullo schermo la pellicola scorre e il momento tanto atteso sembra non arrivare mai, fino a quando Charlot, sfuggendo all'ennesimo arresto, si ritrova catapultato in una pista da ballo ed un'orchestra incomincia a suonare. Tutti si aspettano che inizi a cantare, ma Charlot esita. Non vuole proprio aprire bocca, non capisce, resiste, ma tutti pendono letteralmente dalle sue labbre ...chiuse. E le sue labbra, finalmente, accettano il progresso.

Charlot comincia a cantare ma nessuno comprende cosa diavolo stia dicendo. Quelle che pronuncia, infatti, sono parole inventate o messe una dietro l'altra a caso. E' una canzone senza senso, eppure il pubblico applaude lo stesso perché il senso, ancora una volta, è dato dalla mimica, non dalla parola. Chaplin dunque perde la sua battaglia con il progresso vincendola. O, se preferite, la vince perdendola.

Ecco, io penso che questa storiella possa insegnarci molto. Perché certamente sbaglia chi pensa di poter impedire il progresso tecnologico, ma commette un errore ancor più grave chi abbraccia la modernità ciecamente, evitando di domandarsi cosa porterà di meglio nel mondo di domani e cosa spazzerà via del mondo di ieri. Accettiamo troppe cose, oggi, per timore di apparire estranei allo spirito dei tempi mentre invece dovremmo rifiutare questa categoria fasulla e domandarci continuamente se ciò che ci viene presentato come moderno, molto banalmente, sia per noi giusto o moralmente accettabile. E' giusto ribattezzare mamma e papà “genitore uno” e “genitore due”? E' accettabile che si possa prendere in affitto l'utero di una sconosciuta per generare un figlio? E' ragionevole trasformare i corpi in statue di silicone “per stare bene con se stessi quando si è in mezzo agli altri”? E' lungimirante un sistema economico che si regge sull'indebitamento e il consumismo? Dobbiamo proprio sopportare di essere pedinati 24 ore su 24 dai giganti del web? E' davvero inevitabile che sia il Diritto a doversi adeguare all'Economia e che non debba continuare ad accadere il contrario? Non è ipocrita chiamare le “nostre” guerre missioni di pace? E' giusto perseguire le opinioni? E perché, ora, sarebbe un atto di civiltà distruggere i monumenti storici delle epoche passate come hanno fatto l'Isis a Palmira e i talebani a Bamiyan?

Chaplin usò il sonoro senza permettere al sonoro di distruggere Charlot. Né l'uomo, né l'artista, né il dissidente si fecero violentare dalla modernità. Ecco perché dobbiamo continuare ad incalzare quest'epopea sconsiderata del Nuovo: perché il Nuovo sia effettivamente Migliore. Anche se le nostre parole, oggi come ieri, rischiano di sembrare una canzone senza senso.

A. Montanari
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