Humus

IMMIGRAZIONE, PEGGIO I FALSI MITI O LE VERITA' IGNORATE?

di Aristoteles

Chi ama il politicamente corretto è pregato di voltare pagina (web).

Nell’era di Internet molti cittadini vivono in una personalissima bolla di irrealtà e non sono propensi a mettere in dubbio verità consolidate, specie su argomenti sensibili come l’immigrazione, dove ciascuno coltiva granitiche certezze.

Quando si osa affrontare tali materie si corre il rischio di assistere a isterismi veri e propri, accompagnati da denunce di razzismo lanciate in ogni occasione, per conflitti di ogni tipo, la qual cosa fa perdere la capacità di leggere la realtà e soprattutto porta a inimicarsi sempre più ampie fette di popolazione, che si sentono additate (“siete degli ignoranti”), attaccate, non comprese nelle loro paure ed esigenze.

Sempre più spesso, ci si imbatte in individui che – per opporsi a fantomatici fascismi e per paura di “dargli spazio” – finiscono per sottacere, o addirittura negare, l’esistenza di problemi concreti legati all’integrazione, giungendo così a difendere l’indifendibile.

Un po’ come accade per le tante difficoltà e ingiustizie legate all'Unione Europea, dove si ripete la stessa strategia della rimozione, la stessaanestesia della ragione": i problemi vengono negati per paura di aprire il campo alla destra, lasciando gioco facile proprio a chi critica l'UE da posizioni estreme, che può ergersi ad unico difensore dei ceti popolari. Una siffatta opposizione finisce per alimentare esattamente quello che vorrebbe combattere.

Uno dei miti buonisti assai cari alla sinistra l’ha condotta a negare la dimensione sociale e il dramma economico vissuti da milioni di persone che entrano in diretto contatto con l’immigrazione. Non è del resto un caso che i voti della sinistra si concentrino nei quartieri borghesi e diventino sempre più occasionali nelle ex aree industriali e nelle periferie. Grillo dichiarò a questo proposito qualcosa di importante: «se durante le elezioni politiche avessimo proposto l'abolizione del reato di clandestinità [...] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all'opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono "educare" i cittadini, ma non è la nostra».

La vera frattura è tra le storie che vogliamo raccontarci e le situazioni oggettive che si creano. Se il Paese reale è impoverito, vittima di crisi, austerità, tagli alla spesa, privatizzazioni, precarietà, disoccupazione, e il ceto politico semplicemente lo nega, le persone non crederanno più nel sistema.

L’ascesa sociale è bloccata se non invertita, bisogna riconoscerlo. Per gli italiani far quadrare i conti è un rompicapo, e ogni volta che provano a chiedere un servizio o un sostegno si accorgono che c’è sempre meno: questa è la loro esperienza reale. Ma la percezione è che invece per i “profughi” i soldi ci siano. Su questo crinale la teoria del complotto trova terreno fertile, si diffonde e si carica di bufale.

Il lavoratore italiano concepisce l'immigrato come competitor, come crumiro oggettivo (per quanto involontario), più che come compagno. E francamente è comprensibile che sia così. I non-italiani sono infatti prontissimi a fare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario. Sono malvisti dai disoccupati, che sentono la loro concorrenza come una prepotenza da cui nessuno li difende.

Sono gli italiani ad essere troppo schizzinosi, a non voler raccogliere pomodori a 2 euro l'ora, e quindi a creare questo mercato per il lavoro immigrato? È così? Poveri contro poveracci?

A parte che ormai gli italiani ci vanno, a raccogliere pomodori per questi salari da fame, è evidente che il problema sia il sistema-paese, che questi lavori offre, e non altri; mentre esporta ricercatori nelle università di tutto il mondo, l'Italia attira braccianti agricoli.

Esiste certamente alla radice dello sviluppo di un'economia capitalistica la necessità per il capitale di stratificare il mercato del lavoro, per costruire settori poveri di forza lavoro, che garantiscano l'accumulazione e i profitti. Ma il vero problema del nostro paese è che la parte maggioritaria dell'occupazione è oramai concentrata nel settore più povero del lavoro.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, dice il proverbio. Allora forse gli immigranti sono il dito e il sistema economico la luna. Dobbiamo decidere se fermarci al dito, oppure mirare alla luna. Ma dobbiamo anche modificare il proverbio: chi si sofferma così tanto sul "dito" dell'immigrazione non lo fa perché è stolto. L’occhio in questo caso si sofferma su una piaga grave, concreta, oggettiva. Il detto potrebbe diventare: quando il saggio indica la luna, il sofferente guarda il dito.

Non è negando i problemi delle nostre periferie legati all'immigrazione, né rimuovendone i contrasti sociali, culturali, religiosi che si risolverà il problema. Anzi, così facendo chiuderemmo gli occhi sia di fronte alla luna, sia al dito, confermando a milioni di nostri concittadini quel che già sentono in cuor loro: che sono soli e abbandonati.

L'Italia era una grande potenza industriale, mentre ora è diventata una semplice periferia dell'impero; d'altra parte il sistema si adegua al livello di competenze della sua offerta di lavoro. Se il bacino di offerta di lavoro si dequalifica, anche tramite l'immissione di grandi quantità di immigrati, verrà meno l'incentivo a fornire maggiore valore aggiunto alle produzioni.

Come ci insegnano gli economisti, tra due beni necessari alla produzione, capitale (cioè investimenti) e lavoro, gli imprenditori utilizzeranno tendenzialmente il bene che costerà di meno. Dopo il bazooka di Draghi il denaro costa poco, ma le banche non lo prestano facilmente a chi fa impresa: i profitti sono infatti molto maggiori per gli investimenti finanziari che per quelli nell'economia reale. Il lavoro, invece, può essere immigrato, nero, irregolare, precario, ed è oggi sempre più abbondante. Meglio più lavoratori sottopagati che un macchinario all'avanguardia, per banalizzare all'estremo.

L'offerta di lavoro quindi si lega a un sistema industriale dismesso, alla debolezza del nostro apparato produttivo che crea una domanda di lavoro a basse competenze e bassi salari. E solo dentro alla trasformazione degli assetti produttivi italiani (nell'assetto più complessivo della divisione internazionale del lavoro) si può parlare di omologazione delle condizioni di lavoro tra migranti ed autoctoni. Il problema è principalmente questo.

L’obiettivo deve essere invertire la rotta, aprendo un conflitto con l'Europa e con tutti i livelli istituzionali ad essa collegati. Frenare l'immigrazione senza proporre una nuova politica industriale e un nuovo paradigma produttivo, significa esclusivamente raccontar(si) delle storie (Althusser).

In conclusione, che la manodopera straniera in alcuni casi vada a occupare posti che potrebbero essere appannaggio della manodopera nazionale è una realtà oggettiva, frutto della crisi e del declino economico e produttivo del nostro Paese. E accettare il fatto che in alcuni casi gli immigrati entrino direttamente in competizione con i lavoratori locali, è un primo passo verso il riconoscimento della realtà. Ma questo è il risultato di molteplici cause storiche, sociali e politiche, non di una strategia preordinata di “sostituzione” dei popoli europei. Non esiste il "Piano Kalergi".

I complotti sono nella storia, ma nella storia non tutto è un complotto; qualche setta o organismo segreto proverà anche a tramare nell’ombra, ma ciò che caratterizza le élite è essenzialmente un insopprimibile conflitto strategico per dirigere a vantaggio dell'una o dell'altra le "cose che accadono". Pertanto, l'immigrazione va davvero gestita nella sua concretezza. "Tutti dentro" o "tutti fuori" sono solo slogan da campagna elettorale, che vanno smascherati e smontati. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

L'anestesia serve a non provare dolore, ma fa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Al contrario, l'acido kalergico può avere un suo fascino, ma va assunto con estrema moderazione. Crea forte dipendenza psichica, e non è raro dia luogo a disorientamento, panico, paranoia e «bad trip».

Aristoteles
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