Tributi e tribuni

Il Fisco è una questione di condivisione!

di Francesco Zappia

Una necessaria premessa: il Fisco è un “fatto” comune!

Certo è che a tale “fatto”, per quanto comune sia da considerarsi, non viene sempre associata un’accezione altrettanto popolare. Eppure, piaccia o meno, il Fisco è parte considerevole della vita, incastonandosi a perfezione in quella “rotta circolare” che la vita privata e lavorativa di ogni cittadino percorre quotidianamente.

Come la Costituzione italiana sancisce all’art. 53, primo comma, “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”; e ciò vuol semplicemente significare che tutti coloro che siano nella possibilità di esprimere capacità contributiva (la c.d. ricchezza) devono concorrere alla spesa che lo Stato affronta per garantire i servizi al cittadino.

Non ci possono essere equivoci, dunque, sulla doverosa direzione che la quotidianità di ciascuno di noi assume, a partire dalla personale capacità di attivarsi per “assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Costituzione), sino ad arrivare al dovere di contribuire alle necessità collettive. Rispettando, ad un tempo, l’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Costituzione).

Tutto ciò, però, passa attraverso due cardini imprescindibili, rappresentati dal sistema lavorativo, da una parte, e dal sistema impositivo dall’altra; entrambi evidentemente connessi, costituenti uno scenario sistemico immodificabile che pone la sua base strutturale sulla capacità dell’individuo stesso di creare il c.d. reddito imponibile. Ciò gli consentirà, appunto, di contribuire alla spesa collettiva onorando il proprio ruolo sovrano e sociale.

Chi promuove e tutela il perfetto funzionamento di questo sistema? Chi vigila sul perfetto bilanciamento tra diritti e doveri del cittadino? Chi lavora per creare le condizioni di base affinché tutti possano raggiungere e garantirsi un’esistenza libera e dignitosa, concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e, dunque, adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale?

La risposta è (o dovrebbe essere) semplice: lo Stato!

Lo Stato democratico, lo Stato di diritto, naturalmente, è parte attiva in tutto questo, ma anche soggetto passivo di doveri perché la sua azione è essenzialmente finalizzata alla tutela dei principi umani e costituzionali. Non ultimo il dovere di far sì che il sistema fiscale, come prima detto, si concateni a perfezione nella “rotta circolare” percorsa quotidianamente da ogni cittadino che, però in primis, abbia la possibilità di esprimersi sotto il profilo reddituale. Non solo il cittadino tra cittadini, dunque, ma anche lo Stato tra cittadini interviene in questo sistema comune di condivisione di scopi collettivi, perché favorisca le condizioni di base ed anche il mantenimento della regolarità del funzionamento della Nazione in tutte le sue espressioni.

Ciò, a patto, ovviamente, che a muovere lo Stato vi sia l’interesse collettivo e non interessi di diversa estrazione, incapaci di riconoscersi nei principii di giustizia, uguaglianza e solidarietà sociale e, per conseguenza, fautori di concreti rischi che il sistema fiscale si tramuti, giorno dopo giorno, in una mattanza asociale e priva di ogni sentimento di equità.

Il ruolo dello Stato nazionale e sovranazionale (e, chiaramente, dei loro Organi di governo) è fondamentale: ad esso spetta la promozione e la tutela del lavoro, l’individuazione e l’applicazione delle corrette politiche del lavoro e fiscali, cui ovviamente conseguirebbe il diritto-dovere riconosciuto ai cittadini di poter esprimere la propria capacità contributiva e condividerla, secondo criteri di progressività (art. 53 Costituzione, secondo comma), per il nobile scopo collettivo.

Allo Stato, dunque, spetta il gravoso compito di avversare l’austerità e l’impoverimento e di promuovere con ogni sforzo il benessere sociale e la crescita economica, in modo tale che tutti indiscriminatamente possano condividere altruisticamente una fetta della propria ricchezza e non privarsi di una parte della loro miseria.

F. Zappia
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