La voce del ribelle

I piddini scelgono Renzi. A conferma che...

di Federico Zamboni

Un dominio schiacciante, quello di Renzi nelle Primarie del PD. Schiacciante e largamente annunciato. Il che conferma due cose importanti. La prima è che la grande maggioranza dei sostenitori/simpatizzanti del principale partito italiano “di centrosinistra” vuole davvero al proprio vertice un politico come Matteo, con la sua personalità e i suoi programmi di governo.

Se finora, infatti, poteva esistere un minimo margine per ipotizzare che l’ascesa di Renzi avvenuta nel 2013 fosse solo il frutto di una serie di circostanze occasionali, e dei relativi abbagli, oggi diventa inequivocabile che lui e la galassia PD sono ormai un tutt’uno: un leader appiattito sugli schemi, e sugli inganni, della competizione globale; e un elettorato che gli va dietro di buon grado, convinto che l’unica opportunità per tornare a stare meglio, o per non ritrovarsi a stare ancora peggio, consista nell’inchinarsi alle nuove regole senza neanche sognarsi di poterle discutere. Non è mica la “gara” planetaria a essere folle e truccata: è chi ne esce schiantato che non si impegna abbastanza.   

La seconda cosa è indissolubilmente legata alla prima, ma ha un orizzonte ancora più vasto e, quindi, un rilievo ancora più decisivo. La seconda cosa ci riporta al dicembre scorso, all’indomani del Referendum. Ciò che allora è sfuggito a troppi, e che continua a sfuggire, è che la massiccia prevalenza dei No contro l’orrida Riforma accreditata alla Boschi (ma accreditabile a parecchi altri, Napolitano in testa) non aveva affatto disarmato questi turboliberisti sotto mentite spoglie, ma ne aveva soltanto interrotto l’avanzata. Più che di interruzione, anzi, bisognerebbe parlare di rallentamento. O magari, ancora più precisamente, di mancata accelerazione.

Lungi dal segnare un cambio di direzione rispetto a ciò che era avvenuto fino a quel momento, lo stop ai renziani si è limitato a impedire che si spianasse la strada a un ulteriore peggioramento del quadro normativo. Più che una vittoria, una non sconfitta. Di sicuro si è scansato uno stravolgimento degli equilibri costituzionali, e in questo senso era sacrosanto rallegrarsi dello scampato pericolo, ma altrettanto di sicuro non si è disinnescata la minaccia complessiva.  

I fatti sono lì a dimostrarlo. Il governo Gentiloni, insediato a tambur battente, è una fotocopia del governo Renzi. E per ritrovarci con un PD totalmente, e palesemente, a guida renziana sono bastati meno di sei mesi.

 

Adesso, com’era facilissimo prevedere, la parola d’ordine della holding di Largo del Nazareno è tessere inni al rinnovamento, all’insegna di una gestione del potere meno personalistica da parte del Capo e in vista di una politica economica più attenta e più “inclusiva”. In realtà si tratta di propaganda incrociata: lo stesso, finto miscuglio di dinamismo e di empatia. Orsù, carissimi amici e compagni, aggiorniamoci per meglio competere con i babau populisti. Orsù, carissimi cittadini e connazionali, aggiorniamoci per meglio competere con le sfide globali.

Non avendo alcuna capacità di interpretare il mondo al di là dei modelli dominanti, e non avendo alcuna intenzione di farlo perché ciò è in antitesi con le loro ambizioni di carriera, Renzi & C. sono fatalmente inchiodati al ruolo di pappagallini dell’establishment internazionale. E sia chiaro che quando diciamo “Renzi & C.” non intendiamo soltanto quelli della sua corrente, ma più in generale i tanti che si ostinano a dare credito al PD. E magari a sguazzarci dentro.

A scrutinio ancora in corso, riferiva il Foglio, Sandra Zampa (mozione Orlando) ha osservato che «I dati dell’Emilia Romagna dove Renzi è in testa testimoniano che il Pd è cambiato ed è diventato il PdR. Ma mi auguro che Renzi sappia ascoltare, è una persona saggia, matura e astuta: mi pare che l’intenzione sia quella di aprire il partito, altrimenti si riduce e di questo non è contento neanche Renzi».

 

Metà marketing elettorale, metà tecniche di sopravvivenza. Si dice “aprire il partito” così come in ambito aziendale si direbbe “allargare le quote di mercato”. E si auspica, o si scommette, che il super amministratore delegato che ha appena recuperato i pieni poteri sia in un sol colpo «una persona saggia, matura e astuta».

Traduzione: spietato con i nemici esterni, ma senza accanirsi con gli avversari interni.

F. Zamboni
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