Dietro le quinte

Globalizzazione delle merci e delle coscienze

di Enrica Perucchietti

L’interesse nazionale passa anche attraverso una ripresa dei valori che hanno contraddistinto il nostro Paese: ciò non significa arroccarsi su vecchi principi morali in cui difficilmente ci si possa ancora identificare, ma tornare a essere soggetti pensanti e dunque liberi, riappropriandoci della nostra identità e del nostro spirito critico. L’impressione, al contrario, è che il mondialismo abbia prodotto non solo una globalizzazione delle merci ma anche una globalizzazione del pensiero e delle coscienze, dopo aver livellato e spersonalizzato l’individuo, distruggendo tutte le identità che aveva, arrivando persino all’impensabile, cioè a cancellarne l’identità sessuale per costruire una società che sia “liquida” e a-morfa (senza forma) in tutti i suoi aspetti.
Sulle ceneri del vetus ordo ormai in agonia, sta non solo crescendo un mondo nuovo, ma anche un “uomo nuovo”, che si vuole cittadino di questa nuova “costruzione”. Un uomo omologato e omologabile che sia non solo mercificato ma soprattutto merce.
La retorica e il buonismo dei discorsi contemporanei, asserviti al pensiero unico e al politicamente corretto, servono solo a giustificare l’ennesima carneficina o l’ultimo “sacrificio” (qualunque esso sia) agli occhi di un popolo che ha già sofferto e che non avrà nulla da guadagnare da inutili ulteriori massacri (economici, sociali o bellici che siano). L’Europa è diventata uno strumento docile dell’espansionismo americano a suon di trattati e colpi di scena, grazie a crisi ripetute e alla connivenza dei governi che hanno gradualmente abdicato alla propria sovranità nazionale.
I Mass Media entrano in scena a questo punto per veicolare la propaganda e creare il giusto “stato di spirito” per accogliere come lecite le rivendicazioni del potere. Lo Stato totalitario, scriveva George Orwell «fa di tutto per controllare i pensieri e le emozioni dei propri sudditi in modo persino più completo di come ne controlla le azioni». La questione del controllo attraverso la manipolazione dell’immaginario e dell’emotività delle masse è fondamentale per comprendere gli attuali attacchi alla libertà individuale che stanno portando alla discussione/introduzione di misure liberticide (es. il ddl Gambaro e l’attuale battaglia sulle fake news), all’adozione di pratiche finora considerate impensabili (qua il Principio della rana bollita di Noam Chomsky e la Finestra di Overton ci vengono in aiuto per comprendere come sia potuta cambiare così in fretta e così profondamente la nostra società) e al progressivo smantellamento dello stato sociale.
Emerge il continuo sforzo da parte del potere di distrarre e al contempo manipolare le masse per ottenere consenso, attraverso slogan e mantra (“È l’Europa che ce lo chiede”) o concetti quali il “progresso”. L’opinione pubblica è talmente in-formata che è come se ai governanti non sfuggisse più nessuna maglia di questo ingranaggio. Dopotutto, parafrasando lo scrittore inglese Aldous Huxley, l’obiettivo primario dei governanti è fare in modo che i cittadini diano fastidio il meno possibile. Se vengono messe in scena tutte queste forze capillari per suggestionare le nostre coscienze, ciò significa però che il nostro consenso conta ancora qualcosa, almeno per quelle rare volte in cui ci viene ancora permesso di esercitarlo. Sembra inoltre che qualcosa inizi a scricchiolare e che sempre più persone stiano diventando insofferenti a questo meccanismo: per questo il potere cerca di correre ai ripari adottando misure liberticide modellate sul reato di opinione (lo psicoreato orwelliano), oppure intraprendendo battaglie mediatiche volte alla distruzione virtuale dell’avversario (cioè di colui che non si allinea con l’Ortodossia dominante).
Il francese Etienne De la Boétie, nel celebre Discorso sulla servitù volontaria, fu il primo ad avvertire che spesso l’uomo rinuncia alle libertà naturali per piaggeria, per abitudine o perché preferisce non esporsi. Ci si può ribellare a questo meccanismo senza violenza ma con lucidità e con senso critico, negando di ipotecare il nostro futuro. Ovviamente ci si deve esporre, mettendoci la faccia e assumendosi le responsabilità del proprio pensiero e delle proprie azioni: una resistenza, che passi attraverso un’opera di dissenso critico è possibile.

E. Perucchietti
Condividi questo articolo su:
Articoli correlati: