Interviste

GIANLUIGI PARAGONE A INTERESSE NAZIONALE: RIBELLIAMOCI AL SISTEMA GANGBANK

di Aurora Pepa

Un lungo racconto di quello che sta accadendo sotto ai nostri occhi senza che noi però ce ne accorgiamo: questo, ma anche tanto altro, è GangBank, uscito lo scorso aprile per Piemme.
Prima di mettere nero su bianco il risultato di una riflessione interdisciplinare sul rapporto tra finanza e politica, l’autore Gianluigi Paragone ha immaginato una partita in cui lo schema del gioco ed i suoi possibili sviluppi sono chiari solo a chi stia giocando;
tutti gli altri, invece, restano spettatori.  E quegli altri siamo noi.

Fuor di metafora, che cosa è GangBank?

Se una partita si può guardare solo “dal basso”, senza potervi partecipare, non è facile rendersi conto di quello che nel frattempo sta accadendo “in alto”: ho voluto raccontare di quello che il nostro tempo sta registrando, ma di cui non è semplice prendere coscienza. “Gang Bank” è quel sistema che il professore keynesiano Caffè chiamava «degli incappucciati della finanza», o che Paolo Maddalena metteva sotto il titolo di «inganni della finanza». È il trionfo del neoliberismo e della sua predicazione, di modo che l’economia finanziaria diventi l’economia in sé; ma è anche la finanza stessa che decide di giocare la partita politica, dato che i politici hanno venduto la loro anima al diavolo. I veri perdenti rimangono i cittadini, che sono stati spogliati della loro Costituzione e sono diventati prima consumatori e poi essi stessi un prodotto.

Proprio riguardo al rapporto tra lavoro e Costituzione: la Costituzione tutela il lavoro, ma chi tutela, oggi, la Costituzione?

L’articolo 1 della nostra Costituzione non parla semplicemente di lavoro: piuttosto, esso fissa proprio nel lavoro l’elemento che fonda e che arricchisce la democrazia. Dopotutto, «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»: quest’ultimo è ciò che riempie il concetto stesso di democrazia, oltre ad essere ciò che rende il popolo sovrano. Non si tratta di un semplice riferimento ideale: il lavoro è il perno su cui i costituenti di tutte le formazioni politiche, se così possiamo dire, che miscelarono la scrittura costituzionale, scelsero come principale punto di equilibrio. Ed è a partire da esso che si costruisce tutto quanto si articola all’interno della Costituzione: pensiamo ad esempio alla tutela del risparmio o della proprietà privata, che sono frutti del lavoro, o anche al diritto di percepire una retribuzione non solo proporzionata ma anche dignitosa per chi la riceve. Il filo principale dell’intelaiatura costituzionale, che è proprio rappresentato dal lavoro, non piace però al “sistema Gang Bank”. Questo sistema, infatti, ha bisogno di cittadini costantemente indebitati e senza diritti, di conseguenza spaventati e disposti ad accettare qualunque cosa pur di sopravvivere. O nella speranza di sopravvivere.

Ne sono esempio i voucher e il nuovo sistema “Presto” introdotto per le aziende, i privati, gli enti e le famiglie …

Il voucher è l’ultimo degli strumenti in mano ai signori che vogliono distruggere definitivamente il contratto di lavoro a tempo indeterminato. La questione fondamentale sta tutta nel rischio che si corre di trovare, come nostri rappresentanti, gente impreparata, incapace e pure ladra. Ma la democrazia ci offre la possibilità di scegliere persone preparate, capaci ed oneste, possibilità che invece non è data nel mondo della finanza. Teniamolo sempre a mente, dunque, come dobbiamo sempre ricordarci che il contratto a tempo indeterminato non può essere una botta di fortuna, ma la regola della vita, e per questo dobbiamo pretenderlo.

Si può dire che sia stata la politica ad aver contribuito alla distruzione della Costituzione?

La politica non ha affatto capito qual è il reale schema del neoliberismo e tantomeno ha preso coscienza del fatto che gli ultimi ad essere cannibalizzati saranno proprio i politici. Siamo in una fase in cui si stanno neutralizzando costituzioni, diritti, regole della partecipazione democratica. Riflettiamoci bene: non esiste una Costituzione europea, ma solo trattati che ben rappresentano l’ingarbugliato reticolo in cui siamo rimasti impigliati. L’Unione Europea è tutta nelle mani di burocrati incapaci di scrivere norme, ma talmente imbevuti del loro sottolinguaggio e della loro sottocultura da riuscire a bloccare le costituzioni. Tra l’altro, queste norme vengono scritte nelle stanze segrete dove sono solo le élites a decidere quale sia il bene per i cittadini, ed i governi non sono altro che l’ultimo tassello di questa complessa costruzione.

Un «perverso intreccio tra politica e finanza», dunque, come si legge proprio nel sottotitolo del libro. Dove affonda le sue radici questo sistema? In altre parole, è possibile identificare un preciso momento storico in cui questo intreccio ha avuto inizio?

Credo non sia tanto importante stabilire quando sia nato: piuttosto, è più utile rendersi conto di quando questo sistema ha preso, per così dire, velocità. E lo ha fatto nell’epoca dei governi cosiddetti democratici e progressisti. Basterà citare solo qualche nome: Blair, Clinton, Obama, e ancora D’Alema per certi versi, fino ad arrivare a Monti, Letta, Renzi. Macron ne è solo l’ultimo esempio, in ordine di tempo. La sinistra si è prestata prima come bardo del neoliberismo e poi come fuciliere assaltatore per eliminare ogni diritto: pensiamo, ad esempio, all’articolo 18 o ai governi tecnici susseguitisi e sostenuti da tutti. Quello che io ritengo, in conclusione, è che certe cose fatte dalla destra tradizionalmente liberista sarebbero state, al limite, anche comprensibili: la sinistra, però, a partire da Blair e Clinton per arrivare fino al centrosinistra italiano, si è spinta a fare cose in cui nemmeno la destra era mai riuscita.

Posto che chi tenta di tenersi alla larga dal “sistema Gang Bank”, opponendosi dunque al linguaggio mainstream e al pensiero unico dominante, viene silenziato, come si può uscire dalle moderne forme di schiavismo?

Purtroppo, il cittadino non riesce a liberarsene da solo. Tocca allora alla politica creare un altro schema, prendendosi così cura dei cittadini che altrimenti non riuscirebbero a farcela autonomamente. Essi possono però acquisire coscienza e rifiutare di accettare il linguaggio mainstream per cui il racconto liberista diventa racconto di libertà e di funzionamento: tocca al popolo scegliere da chi vuole essere rappresentato.

Sulla questione, invece, relativa all’obbligo vaccinale: che ruolo giocano gli interessi delle multinazionali?

Le multinazionali hanno tutto l’interesse che i governi non siano liberi, ma proni ad accettare le “ricette” del sistema delle multinazionali stesse: perché sono queste ultime a scegliere i loro governi liberi e globali e, soprattutto, a decidere dove spostare e portare il loro capitale, creando così una forma di associazione per cui popoli, cittadini e capitali risultano tutti sul medesimo piano politico. Vivono nella più totale opacità e la politica, per sottrarsi al perenne “j’accuse” che arriva da parte dei cittadini – i quali la incolpano proprio di fare gli interessi delle multinazionali –, dovrebbe essere più trasparente. Basta con l’alone di oscurità che c’è attorno ai finanziamenti dei partiti e dei nuovi “contenitori”, cioè le fondazioni di partito: vogliamo sapere chi li finanzia.

Una possibile via d’uscita da questo sistema può essere rappresentata anche dalla tutela dell’interesse nazionale?

Ovviamente sì, ma solo se c’è conoscenza: se il cittadino si sottrae al processo di acquisizione di conoscenza e coscienza, decidendo così di fidarsi solo di quello che è apparenza – e tutto, oggi, lo è –, la risposta è invece no. I cittadini devono andare oltre l’immagine e sforzarsi di vedere ciò che c’è di altro. Prendiamo, ad esempio, la “parola”, intesa sia in senso lato che nel suo significato etimologico: perché si utilizza sempre più il termine “talk”? Tutto è diventato “talk show”, ma dove è finito il logos? Ecco, ricominciamo riprendendoci il nostro logos, un simbolo della classicità che ha ben altra struttura e profondità rispetto all’anglosassone “talk”.

A. Pepa
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