Le parole della politica
Sabrina Corsello

La follia di integrare gli altri e dimenticare noi stessi

di Sabrina Corsello

Premetto che chi scrive è dell’avviso che persino sopra gli altari delle chiese debba starci l’immagine del Cristo risorto piuttosto che quella del Cristo in croce, essendo sempre stata convinta con San Paolo che senza la resurrezione la nostra fede è vana. Quello che dirò pertanto non ha niente a che fare con una difesa fine a se stessa del crocifisso in classe, nelle aule giudiziarie o altrove. Se mai ha che fare con la necessità di salvaguardare il valore della dimensione simbolica contro la tendenza odierna di dissacrare e cancellare ogni simbolo che rappresenti la nostra identità culturale, a partire dalle indubitabili radici cristiane.

L’idea che oggi si vorrebbe far passare è che il futuro dell’emancipazione umana debba comportare necessariamente la rimozione forzata dei nostri costumi e delle nostre tradizioni. Il tutto trova sostegno nei più biechi luoghi comuni: se difendi la nazione non puoi che essere nazionalista, se difendi un popolo, ovviamente populista (nel senso peggiore del termine), se difendi i riti cristiani, sei bigotto ostile all’integrazione, se difendi la famiglia tradizionale non puoi che essere omofobo. In questo mare di banalità si perde di vista l’essenziale e cioè che le tradizioni, con i loro simboli, costituiscono la nostra memoria storica e ci ricordano che non possiamo comprendere chi siamo fuori o, peggio, contro quel senso di appartenenza che ci lega a una comunità e alla sua storia. Non si comprende che l'idea moderna di individui isolati, capaci di costruirsi un’identità, a prescindere da modelli culturali e contesti sociali di riferimento, è quanto di più falso e pericoloso. La demolizione dei simboli della religione cristiana non è dunque una questione che riguarda solo i credenti, ma costituisce una minaccia per quei valori fondativi della nostra appartenenza comunitaria e dunque costitutivi della nostra identità.

Recentemente a Palermo il direttore didattico di una scuola elementare ha imposto il divieto di pregare in classe. Dopo il no al crocifisso, il no al presepe natalizio, ecco dunque che arriva il no alla preghiera in classe.  I bambini non possono più recitare le preghiere che un tempo scandivano i momenti importanti della giornata, con parole come queste “Ti ringrazio di avermi creato…Benedici le azioni di questa giornata”, “Illumina, custodisci, reggi, governa me…”, “Benedici il pane che stiamo per prendere e dallo a tutti quelli che non ne hanno” Quanti di noi ricordano le sensazioni che erano legate a queste preghiere? Nei miei ricordi di infanzia, la preghiera è associata ad un senso di conforto, di protezione e di profonda gratitudine. Grazie alla preghiera veniva data la possibilità di “credere”, di fare affidamento su un’entità superiore e trascendente che poteva essere l’angelo custode, Gesù bambino, o semplicemente il nonno che non c’era più. Tutti sentimenti - oggi per lo più preclusi in partenza - che aprono un orizzonte valoriale che va ben al di là del credo religioso. La preghiera infatti svolgeva una funzione pedagogica grazie alla quale il bambino aveva la possibilità di accedere a quella dimensione contemplativa che è capace di opporsi all’utilitarismo e ad ogni strumentalizzazione dell’umano.

Se oggi si fosse ancora capaci di comprendere che la scuola non è mai solo istruzione ma che essa, insieme alle famiglie, svolge un ruolo educativo, allora forse non la si vivrebbe più come soltanto il passaggio obbligato per il “pezzo di carta”. La scuola infatti è il luogo dove trascorriamo gran parte della nostra infanzia e della nostra gioventù e pertanto non è possibile lasciar fuori dai suoi fini la crescita umana e la ricerca della felicità. Oggi qualcosa si sta comprendendo e accanto al tecnicismo imperante, al pensiero computazionale si inizia a parlare di educazione alla vita e di crescita spirituale, tanto che c’è si pensa di introdurre nelle scuole la meditazione e lo yoga.

Se rispetto delle altre culture significa pluralismo e rispetto di ogni espressione del sentimento religioso, ha un senso vietare la preghiera con la scusa che non ce n’è una che possa andar bene per tutti? In effetti sarebbe come dire che o qualcosa va bene per tutti o non va bene per nessuno. Ma soprattutto, se il fine è il rispetto delle libertà altrui, si può pensare di garantire questo fine imponendo un divieto? Piuttosto che nessuna preghiera, non sarebbe meglio trovare preghiere universali in cui ognuno possa riconoscersi al di là della propria appartenenza religiosa? Si potrebbe ad esempio recitare ogni giorno una preghiera diversa, un giorno quella cristiana, un altro quella buddista o quella islamica, etc…In tal modo la preghiera potrebbe divenire anzi occasione di confronto con le altre culture, esperienza di coesistenza civile e pacifica e dunque trasformarsi in un’occasione preziosa per imparare ad ascoltare e ad essere tolleranti. Un progetto educativo dovrebbe prevedere sempre la possibilità di trasformare il limite in risorsa e un’opportunità di crescita. Diversamente, ad esempio nel caso che stiamo considerando, il rischio è che il bambino comprenda la diversità di culture come ostacolo se non addirittura come ciò che rende impossibile la sua libertà di esprimersi.

Per concludere possiamo dire che il bisogno di riconoscersi in un modello culturale preesistente è proprio di ogni essere umano e non solo del credente. In questo senso nulla è laico, ma siamo tutti in qualche modo pregni di una tradizione sociale che gestisce persino il nostro pensiero e il nostro modo di comportarci. Il principio di laicità va dunque coniugato con il rispetto di ciò che siamo, della nostra storia e delle nostre radici. Per questo non serve a niente coprire statue, rimuovere immagini di culto, vietare presepi e preghiere. Demolire simboli, interdire pratiche tradizionali non solo infatti è quanto di più offensivo e violento ci possa essere nei confronti di una cultura, ma è di ostacolo all’attuazione di un progetto di integrazione serio.

 

 

 

 

 

S. Corsello
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