Interviste

Foa: fermiamo la legge che censura il web

di Aurora Pepa

Giornalista indipendente, voce sempre fuori dal coro, Marcello Foa conduce sul suo blog una quotidiana battaglia contro le menzogne e le manipolazioni del potere. L'ultima in ordine di tempo riguarda una legge del governo Gentiloni che, come denuncia Foa, rischia seriamente di limitare la libera espressione sul web.

Di cosa si tratta, nello specifico?
È un disegno di legge che recepisce una direttiva europea e che vede inseriti due provvedimenti potenzialmente molto pericolosi: l’uno, con il pretesto della violazione del diritto d’autore, consente alle autorità di censurare siti e senza alcun intervento della magistratura; l’altro prevede invece che tutto il traffico telefonico e di navigazione internet di un utente venga schedato e memorizzato per sei anni.

Quindi, durante questi sei anni, si potrà sapere che telefonate ha fatto un utente, o i siti visitati, o le mail scambiate …
Sì: si tratta di misure senza precedenti in un Paese democratico e che, in un secondo momento, porteranno alla schedatura di massa. Sul mio blog, infatti, ho alzato piuttosto veemente un “grido di dolore”, ma a malincuore osservo anche che questa battaglia, eccezion fatta per un paio di testate giornalistiche, non è stata condivisa dai grandi media.

Lei stesso le ha definite “misure da Grande Fratello orwelliano”…
Esattamente: è un tentativo di schedare le persone e di usare contro di loro i dati raccolti e gestiti dall’Agcom. Il diritto d’autore, in una democrazia, si difende attraverso processi giudiziari, non tramite misure estreme che vengono demandate ad una autorità non giudiziaria, con il rischio a mio giudizio alto che si tramuti  in una censura preventiva. È per questo che sono così preoccupato: perché in Italia e negli altri Paesi europei si respira già un clima che tende a mettere a tacere le voci libere dei siti d’informazione e della stampa.

Una stampa che lei ha classificato come “complottista”. In che senso?
La stampa di oggi, purtroppo, è appiattita sugli interessi delle istituzioni e soprattutto non mostra alcun senso di autocritica. Quando, ad esempio, a pubblicare una “bufala” sono i grandi media, quasi sempre viene fatta passare sotto silenzio o con rettifiche relegate nell’ultima pagina del giornale. In una riflessione ancora più ampia, poi, viene a mancare ciò che a mio giudizio è un aspetto fondamentale: ovvero quello relativo alla manipolazione mediatica operata dalle stesse istituzioni, abusando del fatto che in democrazia queste sono ritenute affidabili e credibili. Gli spin doctor contribuiscono a fabbricare interpretazioni fuorvianti e anche notizie false, abusando dell’autorevolezza dell’istituzione. Ma contro lo bufale dei governi non si odono voci indignate.

Che scenario si prospetta per l’Italia con le elezioni politiche del prossimo anno?
Probabilmente vincerà il centro-destra anche se, con la nuova legge elettorale, le possibilità che raggiunga il 50% dei seggi non sono molto elevate. Ciò rischia di portare il Paese verso nuovi governi “stile Monti” o “stile Letta”, ovvero basati su maggioranze trasversali o imposti dall’Europa. C’è il sospetto, come anche è stato scritto su alcuni giornali, che Berlusconi e Renzi siano già d’accordo per fare un “matrimonio” dopo il voto: se così fosse, sarebbe il tradimento della volontà degli elettori. In genere mi auguro che prevalga un voto di protesta  e a prova di inciucio da parte dei cittadini. Il modo in cui l’Italia è stata gestita negli ultimi cinque anni non mi pare esemplare.

Potrebbero verificarsi tentativi da parte della finanza di influenzare il voto, come ad esempio l’innalzamento dello spread prima delle elezioni?
È possibile, ma è più probabile che accada dopo le elezioni.

In che senso?
Ad esempio, nella rara ipotesi in cui dovesse formarsi un governo Lega-Cinque Stelle, subito si sentirebbe la pressione della finanza internazionale: spread alle stelle, Europa che si oppone ed il trambusto mediatico ansiogeno che ben conosciamo. Allo stesso modo, questo tipo di pressioni possono verificarsi per spingere Forza Italia e Pd ad attuare l’eventuale coalizione di cui si parlava prima. Il vero problema è che oggi l’establishment internazionale non può contare su un partito forte in grado di vincere da solo le elezioni: manca un Macron italiano, per intenderci. E questo fa sì che qualunque forma di pressione finanziaria prima del voto rischia di avere effetti imprevedibili.

L’Europa fondata sugli interessi di Bruxelles e sulla politica di Macron proprio non le piace…
Credo nel valore della democrazia e della sovranità popolare, non mi piacciono queste costruzioni calate dall’alto, senza legittimità popolare e i cui effetti non sono proprio esemplari. L’Italia, per la sua posizione geostrategica, potrebbe ricoprire un ruolo davvero molto importante all’interno dell’Unione Europea, ma i grandi player internazionali, la Commissione europea e le élites transnazionali danno per scontato che non sappia difendere i propri interessi. Purtroppo non hanno torto.

E questo a cosa porta?
Un esempio è la questione relativa ai migranti: oggi sappiamo quanta manipolazione ci fosse dietro a molte delle navi ONG, che hanno agito liberamente come, invece, non avrebbero potuto in un Paese come la Francia. In Italia solo l’ostinazione di pochi ha fatto sì che questa vergogna, tollerata a lungo dai governi Renti e  Gentiloni, cessasse. Far  arrivare masse di persone che quasi sempre non sono profughi di guerra, ma migranti economici, e farle vivere in condizioni pietose non è dignitoso né per gli italiani, né per loro. Per ora stiamo assistendo a una riduzione degli sbarchi che secondo me è solo temporaneo: è probabile che gli accordi con la Libia siano finalizzati ad impedire che diventi una questione troppo pesante in campagna elettorale. A mio avviso, c’è il rischio che gli sbarchi riprendano massicciamente una volta passate le elezioni.

Come vede il futuro dell’Europa?
Essendo sostenuta da interessi colossali, si sta facendo di tutto e si continuerà a fare di tutto per puntellarla. La vera domanda è: poiché le attuali regole europee, soprattutto quelle economiche, non stanno favorendo lo sviluppo economico, né la crescita delle popolazioni, né la diffusione del benessere, fino a quando la gente accetterà tutto ciò, senza un reale cambiamento? Non ho una risposta ma è evidente che ad oggi l’Unione Europea sia molto meno popolare di quanto non lo fosse tempo fa e si senta meno sicura. La Brexit è stata uno choc  per l’establishment, nel frattempo in parte metabolizzato, ma le ultimi elezioni in Austria e nella Repubblica Ceca hanno dimostrato che i numeri dei Paesi insofferenti, non più allineati con Berlino e con Bruxelles, aumentano.

È possibile prospettare una ripartenza dall’interesse nazionale?
Me lo auguro, purché non si tratti di una forma di ritrovato nazionalismo. Nell’ambito di una normale convivenza tra Paesi, io lo interpreto come il desiderio di difendere alcune verità storiche, come la sovranità del popolo, dunque dei Parlamenti nazionali, la difesa dei propri confini, il diritto di fare politiche economiche in modo autonomo, privilegiando gli interessi dei singoli Paesi. L’Unione europea, invece, prevede l’abolizione delle frontiere, la difesa di una moneta unica che comprime le economie e i salari di molti Paesi – come  l’Italia – e, non da ultimo, la perdita delle sovranità popolari: quando le leggi europee prevalgono su quelle del Parlamento italiano, quando un governo deve far approvare le manovre economiche a Bruxelles, quando non controlla più il proprio debito pubblico, significa che non è più padrone nel proprio Paese. Con gli effetti che, purtroppo, ben conosciamo.

A. Pepa
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