Interviste

FASSINA: “BASTA TABU' SULL'EURO E CANCELLIAMO IL JOBS ACT”

di Aurora Pepa

Economista, ex viceministro dell’economia, fuoriuscito dal Pd e deputato di Sinistra Italiana: con Stefano Fassina abbiamo parlato di lavoro, politica ed euro. Ma non solo.

Onorevole Fassina, cominciamo dall'attualità. Alla Camera, tra mille polemiche, è passato il Rosatellum. Cosa ne pensa?
Sono deluso: mi sarei aspettato più autonomia dei deputati dalla disciplina di partito imposta dal Pd. Con questa legge elettorale siamo di fronte a una profonda ferita alla democrazia costituzionale. E purtroppo non è la prima.

In che senso?
Utilizzando una metafora, potremmo dire che si è svolto il terzo tempo di una partita che ha visto prima approvare la revisione costituzionale a stretta maggioranza e con l’aula della Camera per metà vuota, poi l’Italicum, approvato con il voto di fiducia, e infine il Rosatellum, ovvero un’altra legge elettorale approvata con il voto di fiducia.

In cerca della politica è il titolo del suo ultimo libro, scritto con Michele Dau ed edito da Castelvecchi nella collana “Radar”. Uscendo dal Pd, lei ha ritrovato la sua politica?
No, ma posso dire di avere ricominciato a cercarla e di avere avviato un percorso che per ora mi sembra fruttuoso. Se fossi rimasto all’interno del Pd, sarei stato prigioniero di un quadro incompatibile con la missione storica della sinistra.

Cosa rimprovera alla linea politica di Renzi?
Due anni e mezzo fa, quando sono uscito dal Pd, ci ho tenuto a precisare che Renzi non è un’anomalia né un usurpatore: è semplicemente l’ultimo interprete di una linea che è nel dna del Partito Democratico e che oggi ci sembra meno sopportabile perché rispetto al 2007 le cose sono radicalmente cambiate. Il vero problema è proprio il codice genetico del Pd, cioé il suo europeismo liberista e la democrazia plebiscitaria che Renzi ha interpretato.

Lo chiedo all'economista prima che al politico: appoggiando le politiche di rigore europee, il Pd si è quindi trasformato in un partito liberista?
Il sostegno al rigore è una prova ulteriore, ma la subalternità del Pd all’impianto liberista, come dicevo, è nei suoi cromosomi. Non a caso già dieci anni fa, al Lingotto, Pietro Ichino proponeva al partito come punto di programma fondamentale il Jobs Act.

Cancellare l’articolo 18 ha fatto davvero aumentare i posti di lavoro?
No, e a parlare sono i dati statistici: eliminare l’articolo 18 ha solo reso il lavoro più ricattabile ed ha aumentato precarietà e sfruttamento. L’obiettivo del Jobs Act era proprio questo: indebolire il lavoro per poterlo svalutare, in un contesto in cui non si può più svalutare la moneta.

Abrogherebbe il Jobs Act?
Assolutamente sì. Il Jobs Act fa parte della ricetta mercantilista che dilaga in tutta l’eurozona: dalle cosiddette “riforme Schroeder” in poi, data la moneta unica e con la svalutazione del lavoro da parte della Germania, tutta l’eurozona si è dovuta accodare. L’Italia l’ha fatto prima con Monti e poi con Renzi e la Francia lo sta facendo in questi giorni con Macron. Cancellare il Jobs Act è condizione necessaria per avviare un paradigma alternativo rispetto al mercantilismo tedesco.

Negli ultimi anni lei è stato uno dei pochi politici di sinistra a mettere in discussione l'euro. È d'accordo con Salvini che l'euro sia un problema per la nostra economia?
L’euro è un fattore di aggravamento delle condizioni della nostra economia e di tutte le economie periferiche rispetto alla Germania. Il premio Nobel Joseph Stiglitz, nel suo ultimo libro, spiega in modo analitico le ragioni per cui la moneta unica, senza un bilancio comune ed una politica monetaria che possa combattere anche la disoccupazione, è un fattore di aggravamento delle distanze tra i Paesi e all’interno dei Paesi. Ma questo è stato ormai appurato anche dagli economisti più “ortodossi” come Zingales: è un dato ormai condiviso trasversalmente.

È giusto che la politica torni a tutelare l'interesse nazionale?
L’interesse nazionale non è una categoria univoca, ma è declinato a seconda dell’interesse delle classi. Purtroppo in questi ultimi trent’anni è stato portato avanti esclusivamente come interesse dei più forti, delle imprese esportatrici e della finanza. Bisogna che la politica, e in particolare la sinistra, riparta dall’interesse dei lavoratori: è questo ciò che è mancato.

Anche attraverso il patriottismo costituzionale?
Esattamente: il patriottismo costituzionale è per noi la strada da intraprendere per declinare l’interesse nazionale a partire proprio dall’interesse dei lavoratori. Non a caso, questa formula è stata scelta anche come sottotitolo del libro Controvento, che ho curato e che raccoglie numerosi contributi per la rinascita della sinistra.

A. Pepa
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