Registro di classe

Ecco la vera riforma: la scuola come tempo liberato!

di Gianni Vacchelli

Come uscire dalla crisi? Così, alla domanda, rispose Confucio: «Dobbiamo ridare alle parole il loro significato originario». Mai più saggio consiglio.

E quindi, mentre imperversa, nella quasi totale indifferenza, la riforma della Buona Scuola, fuori dalle trappole dell’odierna neolingua, chiamiamola per quello che nella sua sostanza é: una Cattiva Aziendalizzazione della stessa. Ma soprattutto affidiamoci alla saggezza dell’etimologia, ovvero allo studio, al discorso (logìa) dell’intimo significato (ètymon). E proviamo ad interpellare la parola scuola.

Essa viene dal latino schola, a sua volta derivante dal greco antico scholḗ.

Ebbene il significato intimo è “tempo libero, liberato”. E allora, con facile associazione di idee, subito pensiamo a “libertà”, “tempo per noi”, “piacere”.

Sembra quasi un paradosso: scuola = tempo liberato, libertà, piacere, tempo per me?

Non stiamo giocando con le parole. È questo l’intimo significato. Tuttavia scuola per noi e per i nostri giovani è tutt’altro: “dovere”, “obbligo”, “sacrificio”, “fatica”. Se chiedessimo agli studenti stessi “andrebbero giù più duro”, tra il serio e il faceto: galera, prigione, croce…

Nessun giovanilismo facile: per crescere l’impegno è necessario, occorre darsi con tutto se stessi, ogni autentico cammino comporta prove e passaggi anche difficili. Eppure è l’etimo della parola che colpisce: sembra quasi che scuola sia divenuta l’opposto del suo intimo significato. Una vera e propria inversione.

Chi conosce bene la scuola (specie dall’interno, come chi scrive) vede spesso un inquietante fenomeno: il desiderio dei bambini di imparare-conoscere-sapere ben presto si spegne. È un impulso quasi travolgente nei piccoli. Eppure, già dopo qualche anno, il quadro è diverso. I libri sono lontani, il piacere di leggere sconosciuto, e, soprattutto, il desiderio conoscitivo dell’infanzia assopito. Non si tratta di generalizzare né di addossare tutta la colpa alla scuola (sono in gioco i genitori, la società stessa e la libertà stessa dello studente), ma qui è di scuola che parliamo.

E di studiare. Anche qui il latino non mente: studere è “cercare”, “desiderare”, “aspirare a”. Che grande parola, quanta forza in lei, che apertura di orizzonti! Non angustia, ma energia viene dal “vero” studiare.

E la nostra scuola? Eccola: essa dovrebbe infondere “piacere” – sì, proprio lui, non “dovere”; il dovere nasce quasi spontaneamente se amo ciò che faccio; divento responsabile perché gusto la bellezza –, dovrebbe dare una nozione diversa di “tempo”, liberato appunto, che non significa esente da impegni, privo di energia, quanto piuttosto intenso, ricco, carico di significato. E invece ci porta il contrario. Tutto si allontana dalla vita, si chiude, implode.

Allora sì, c’è bisogno di una riforma della scuola, ma totalmente diversa, che parta dalla ricerca profonda delle cause, che investa sulla ricerca stessa (e non che l’affossi per meri motivi amministrativi), che miri alla trasformazione profonda, all’“essere” di chi vive la scuola (insegnanti, studenti, istituzione, famiglie, società tutta). È una grande rivoluzione, un cambio di modello, che richiede passione, intelligenza, gusto della verità, e vera coscienza dello studere e del “tempo libero”. Non demagogia e semplicismo.

Senza amore profondo per la scuola, non c’è trasformazione possibile e non c’è futuro del paese e dei nostri giovani.

L’oggi è tristemente e brutalmente lontano da questa prospettiva. Ma resistere, lottare e proporre nella teoria e nella prassi quotidiana, per quello che è possibile, una “scuola liberante” è fondamentale per tornare a sperare e a desiderare un mondo diverso e migliore.

G. Vacchelli
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