Dietro le quinte

DUE MONDI DI RICCHI E POVERI: UN APPRODO PROGRAMMATO

di Enrica Perucchietti

Dopo i Panama Papers, i nomi emersi con la nuova inchiesta internazionale ribattezzata “Paradise Papers” si rincorrono ogni giorno, scuotono l’opinione pubblica e fanno tremare i potenti. Lo scandalo, che oggi consuma le prime pagine dei quotidiani, non modificherà però di una virgola l’attuale sistema finanziario e gli equilibri globali.

Per comprenderlo, ci viene in aiuto il “Billionaires Report” il rapporto annuale della banca privata Ubs e della società di consulenze finanziarie PcW, secondo cui nel mondo esistono 1542 miliardari, la cui ricchezza vale il doppio del Pil del Regno Unito (si veda: http://www.repubblica.it/economia/2017/10/29/news/rapporto_ubs_miliardari-179494000/). Insomma, emerge uno spaccato sconvolgente che dovrebbe far riflettere e far correre ai ripari: sempre più ricchi e sempre più poveri. Un futuro distopico che vede convergere il capitale finanziario nelle tasche di pochi super-ricchi, delineando una diseguaglianza di cui non si possono prevedere risvolti e possibili reazioni “avverse”.

Questi due esempi dimostrano come si stia realizzando, sotto il nostro stesso naso, il sogno delle élite mondialiste: dividere la società in due livelli, da una parte il potere economico detenuto da una ristretta cerchia tecnofinanziaria, dall’altra la “massa” indistinta di individui sempre più poveri, soli, senza legami, diritti e senza radici, facili quindi da sfruttare e controllare per il governo globale che si sta costruendo.

Si tratta del sogno condiviso anche da quel genere di gruppi di studio (think tank) non governativi come la Commissione Trilaterale o il Club Bilderberg.

Che cosa c’entrano con i paradisi off-shore e la progressiva divisione del mondo in due macro caste? C’entrano, eccome. Questi “pensatoi”, composti dai più ricchi e influenti del pianeta che si incontrano a porte chiuse, sono il riflesso di un pensiero che come una piovra ha esteso i suoi tentacoli sull’Occidente (e non solo).

Fondata nel 1973 per iniziativa del defunto David Rockefeller e di altri dirigenti e notabili, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, la Commissione Trilaterale conta più di trecento membri tra uomini d’affari, politici e intellettuali provenienti da tre zone del mondo: Europa, Giappone e America settentrionale (da cui il nome “Tri-laterale”). A tutt’oggi le riunioni sono dei vertici a porte chiuse di alto profilo.

Lo spunto per fondare la Commissione venne a Rockefeller dopo aver letto nel 1970 il saggio di Brzezinski Tra le due epoche: il ruolo dell’America nell’era tecnologica. L’opera gli permise di mettere a fuoco un obiettivo: la gente, come i governi dei diversi Paesi, avrebbe dovuto sottostare agli interessi delle banche internazionali e delle multinazionali. Uno degli intenti primari sarebbe stato pertanto quello di limitare la sovranità nazionale dei vari Paesi: ciò era evidente se si volevano porre le basi per la creazione di un governo unico, un potere economico mondiale superiore a quello politico delle singole nazioni. Un Impero, insomma. Sarebbero state ovviamente necessarie delle “crisi” per convincere i singoli Paesi a rinunciare progressivamente alla propria sovranità nazionale…

Per comprendere lo spirito della Trilaterale, ricordiamo il documento commissionato dalla stessa nel 1974, La Crisi della democrazia di Samuel Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki, in cui si evidenziava una crisi contemporanea delle democrazie da risolvere con l’introduzione di tecnocrazie.

Nulla di strano dunque se, come ha illustrato da Naomi Klein nel suo Shock Economy, le riforme liberiste sarebbero applicabili solo per mezzo di shock violenti che pieghino la volontà dell’opinione pubblica ad accettare delle riforme che normalmente non verrebbero accolte. Paragonando le teorie neoliberiste alla “tortura” vera e propria, Klein nota che: «Dal Cile alla Cina all'Iraq, la tortura è stata un partner silenzioso nella rivoluzione liberista globale. La tortura, però, è ben più che uno strumento utile per imporre politiche indesiderate a chi si ribella: è anche una metafora della logica alla base della dottrina dello shock».

Quello che i membri della Trilateral e del Bilderberg vogliono, è creare un potere economico mondiale superiore a quello politico dei singoli governi nazionali e, in qualità di organizzatori e gestori di questo potere, sognano di governare il futuro del mondo (prendendo decisioni a porte chiuse). L’erosione della democrazia avviene svuotando progressivamente da un lato le nazioni del proprio potere e della propria sovranità, dall’altro facendo diventare tutti noi dei soggetti passivi, dei meri consumatori.

Per far questo ci vuole ovviamente il “braccio armato” dei mass media che agisca da cassa di risonanza delle loro decisioni come se queste accadessero poi “per caso” e in maniera democratica. Come? Distraendo l’opinione pubblica e offrendo agli spettatori “pane e circensi, miracoli e misteri”, canalizzando cioè l’immaginazione delle masse verso distrazioni che allontanino le coscienze da possibili proteste, rendendoci meri spettatori della cosiddetta “società dello spettacolo”, citando il regista e filosofo Guy Debord.

Sì, perché anziché festeggiare, i super ricchi sono preoccupati. Josef Stadler, autore del già citato rapporto della Ubs, ha infatti spiegato che molti suoi clienti “temono” le conseguenze sociali e politiche di una concentrazione di ricchezza senza eguali dal 1905 a oggi. Fuori dai denti: i ricchi hanno paura che possano verificarsi moti violenti da parte di coloro che non hanno più nulla da perdere.

Eppure, per ora, le uniche sommosse e rivoluzioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono quelle pilotate o infiltrate da organizzazioni filogovernative capeggiate da filantropi e attivisti multimilionari. Egregiamente eterodirette. I ricchi hanno paura e la massa, che avrebbe il potere di cambiare le cose, va tenuta a bada, distratta, manipolata: la “tortura” non deve essere sfacciata, ma somministrata a piccole dosi costanti in modo da divenire “abituale”.

«Ahimè, ci siamo scordata la sorte del tacchino – si lamentava ironicamente Huxley − Date all’uomo pane abbondante e regolare tre volte al giorno, e in parecchi casi egli sarà contentissimo di vivere di pane solo, o almeno di solo pane e circensi».

Il nostro destino ricalca quello della rana bollita di Noam Chomsky: abbiamo le zampe intorpidite e la mente assuefatta per spiccare un balzo e fuggire dal pentolone di acqua bollente… siamo talmente passivi e scoraggiati da non renderci conto che non ci viene neppure data la razione destinata al tacchino.

Siamo tenuti in ostaggio ma abbiamo sviluppato una specie di sindrome di Stoccolma arrivando fino alla totale sottomissione volontaria nei confronti dei nostri carnefici: i super ricchi ci affamano e affamano il nostro pianeta e noi, zitti, continuiamo, distratti, a osservare la nostra sventura.

E. Perucchietti
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