Registro di classe

La deriva neoliberista a scuola (parte seconda)

di Gianni Vacchelli

La società odierna a traino neoliberista è riuscita a colonizzare la nostra anima e la nostra mente. Nessun sistema precedente, pur desiderandolo, è arrivato a tanto. Non è più la nostra soltanto una società disciplinare (Foucault), biopolitica, panottica, capace di controllare i nostri corpi, ma piuttosto psicopolitica (Han), a colonizzazione cellulare e neuronale, potremmo dire.

Ne consegue spesso che l’oppresso oggi non solo non è pienamente cosciente di esserlo, ma ha introiettato, come certa psicologia del profondo e Paulo Freire ci insegnano, le categorie dell’oppressore. La servitù diventa volontaria, (e certo di servo arbitrio). Insomma l’io neoliberista si insinua dentro di noi, volenti o nolenti. Essendo per lo più inconsapevoli e nel sonno, la colonizzazione è facile, a lama nel burro. Ma anche i più muniti non sono indenni dal contagio.

Forse è anche per questo che la maggior parte della società civile (a partire dagli insegnanti, e poi, a discendere, gli studenti, i genitori, gli educatori etc etc.) per lo più subiscono passivamente il processo aziendalizzante e destrutturante della scuola pubblica. Lo stesso cattivo ossimoro scuola-azienda non fa sobbalzare chi lo ascolta, preoccupato, inquieto e magari indignato. Anzi spesso appare bello, efficace: la tirannia dell’utilitarismo, dell’efficientismo, della calculation of life, del profitto, del mercato del lavoro, dell’impresa (poco importa se simulata o meno) sono così viralmente penetrati nelle nostre sinapsi, che sì, perché no?, valgono un “like”. Il nostro finanzcapitalsimo neoliberista è tra le altre cose un capitalismo del like. Piacevole, positivo, auto-ottimizzante, come ancora ci ricorda il filosofo coreano Han. In esso magnificamente siamo sfruttati e sfruttatori (non fosse di noi stessi). Guai però a introdurre il Gran Rifiuto, la potenza del negativo (Hegel). Guai cioè a dire: “no!”. Guai a dire no all’aziendalizzazione, all’economicismo, al pensiero computazionale. Il sistema morbido e onnipervadente non tollera nessun no radicale. Ma i “no” sono così radi, e la saturazione così costante, che il sistema prospera, pur se rovinosamente. Anche conquistare la lingua e farne una neolingua è una vittoria che pianta il vessillo del sistema nel nostro cranio: crediti debiti educativi o formativi profitto (ancora!) risorse capitale umano etc. etc. Del tutto funzionali alla neolingua poi i brutti acronimi: RAV, POF; PTOF, CLIL etc. Abituandoci a questo riduzionismo delle parole, che sono simboli e non segni, la lingua collassa. Marcuse a suo tempo colse al solito in modo assai lucido la questione.

Ulteriormente inquietante poi il fatto che l’aziendalizzazione della scuola, fallimentare in tanta istruzione anglossassone specie americana, appaia di fatto forse persino una perfidia “antiquaria”: il destino oggi è deciso non nelle aziende, ma nella borsa. Il Capitale non solo è post-industriale, post-aziendale, ma appunto transnazionale, finanziarizzato e virtualizzato. La scuola-azienda è così antiquata in partenza, oltre che criticabile in sé. L’istanza educativa, critica, estetica (la politica della bellezza, direbbe Hillman) sono di fatto completamente bandite. Il sistema neoliberale è una dittatura morbida (almeno alla luce del sole): non ti mette al rogo, ma ti banna.

È il caso di dirlo, allora: Risvegliamoci! Up patriots to brains!

G. Vacchelli
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