Registro di classe

La deriva neoliberista a scuola

di Gianni Vacchelli

Come il neoliberismo oggi influisce sull’istruzione e sulla scuola?

Si tratta di uno dei temi più importanti e generalmente meno affrontati oggi, almeno dall’informazione e dalla cultura mainstream.

Eppure è una delle urgenze decisive, per uscire dall’asfissia del pensiero unico economicistico che il trionfante neoliberismo impone e che va a destrutturare e stritolare la scuola pubblica. E su questi dinamismi assai pericolosi e purtroppo molto aggressivi e antidemocratici dedicheremo qui alcuni articoli.

Naturalmente i problemi della scuola italiana sono numerosi e di antica data. Servono riflessioni storiche serie e articolate. I mali della scuola vengono da lontano e le derive neoliberiste non spiegano tutto.

Non c’è dubbio però che la longa manus neoliberista agisca da tempo e da lontano. Basterebbe osservare che di fatto l’impianto teorico della autoproclamatasi Buona Scuola è all’insegna di una aziendalizzazione tutta american way of life e di una “pedagogia vuota” (bare pedagogy), fatta di skills, test standardizzati, ossessione della quantificazione e della misurabilità, tecnocrazia etc., di marca appunto neoliberista.

Henry Giroux, intellettuale americano-canadese e padre della pedagogia critica, ha dedicato numerosi e lucidi libri a quella che lui chiama la neoliberist war against high school. Faremo spesso riferimento al suo lavoro, perché da una parte è in sé molto interessante (la specola di Giroux sono appunto gli Stati Uniti e il mondo anglosassone, dove questi processi hanno preso inizio e sono ancora più virulenti), dall’altra perché è poco conosciuto in Italia, se non agli addetti ai lavori: non sarà forse un caso, ma di fatto è tradotto solo il suo Educazione e crisi dei valori pubblici (Brescia, 2014).

La situazione descritta da Giroux è inquietante, e purtroppo molto calzante con il nostro presente e con un futuro sempre più prossimo. Colpisce intanto il generalizzato “disprezzo per la fatica della ricerca teorica”, più banalmente potremmo dire il disprezzo per il lavoro intellettuale e per il pensiero critico. Naturalmente l’ideale girouxiano è alto, ma anche quanto mai necessario e auspicabile: che l’insegnante non sia un burocrate dell’istituzione, o un mero esecutore di programmi che contano per altro sempre meno, ma un intellettuale che studia, ricerca (nella didattica e non), educa e che sia dotato di una passione civile, politica (lato sensu) e critica. La prospettiva dello studioso è utopistica, dove, sia chiaro, all’aggettivo va data connotazione positiva: l’utopia è il sogno di un miglioramento e di una prassi che cambi l’esistente, non una fumisteria accademica o astratta. Il fatto stesso che la parola utopia sia da difendere e spiegare, mostra come la deriva economicistica ci abbia contaminato: solo l’idea di superare un sistema malato, violento e terminale ci pare un sogno impossibile, non una umana aspirazione e una necessità di prassi storica.
Ecco allora uno dei passi concreti di una reale riforma della scuola: ridare dignità culturale, civile, politica, e, naturalmente, economica alla figura dell’insegnante, che certo va anche formato a questa nobile prospettiva, ma non umiliato e bistrattato.

Cosa è al centro realmente: l’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale, interiore e non solo professionale, o un processo capitalistico-tecnocratico che asfissia e destituisce?
La domanda, va da sé, è retorica.

G. Vacchelli
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