Controinformazione

C’era una volta il World Wide Web

di Claudio Messora

C’era una volta il World Wide Web, nella testa del suo inventore, Tim Berner’s Lee. Un uomo a cui non importava molto della tecnologia in sé e per sé, quanto della possibilità di mettere in contatto istantaneamente uomini, risorse e conoscenze distanti nel tempo e nello spazio, senza mediazioni.

Il World Wide Web si fonda su un’idea ancora più anarchica: Internet. La rete delle reti è una tecnologia, sviluppata in ambito governativo militare, nata per garantire un sistema di comunicazioni che fosse tollerante alle interruzioni. Si basa infatti su un protocollo (il cosiddetto TCP/IP) che consente di smistare i dati su canali diversi, calcolando da sé il percorso migliore per giungere lo stesso a destinazione nonostante, ad esempio, il nemico abbia distrutto un collegamento fisico.

Due tecnologie, il World Wide Web e il TCP/IP, che hanno rivoluzionato il mondo, consentendo dapprima una crescita esponenziale della condivisione di documenti e studi in ambito universitario, e poi ponendo le basi per un nuovo Rinascimento fatto di condivisione, disintermediazione, scrittura collaborativa, consapevolezza aumentata.

Internet e il World Wide Web hanno reso obsoleto il vecchio mondo piramidale, basato su precise strutture di intermediazione tra informazioni, merci, potere. Tim Berner’s Lee ci ha consegnato la prima grande App della storia: un mondo virtuale senza confini, innestato su una rete autostradale completa e liberamente accessibile, che si espande orizzontalmente all’infinito, nel quale ognuno poteva stabilire il suo piccolo o grande impero, o semplicemente scorrazzare liberamente, esplorando mondi, lingue, culture e soprattutto idee sempre nuove.  Un mondo “incensurato”, nato esplicitamente per non essere manipolato e per aggirare i controlli.

Poi è successo qualcosa. Forse è stata la pigrizia, forse la naturale propensione dell’essere umano a organizzarsi in gruppi e strutture, forse la necessità di sentirsi al sicuro e non abbandonati, da soli, in un universo privo di limiti. Fatto sta che in quel mondo fatto di spazi vuoti più che di materia (similarmente alla struttura di un atomo) sono comparse piccole isole, che poi sono cresciute trasformandosi in strutture fortificate, come cittadelle medioevali, che tutto erano tranne che libere, ma al contrario governate da un signorotto che stabiliva leggi e regolamenti per entrare e per restare. E lungi dall’amare la libertà a tal punto da rifuggire le concentrazioni di potere autoritario, i navigatori vi si sono progressivamente addensati. Una specie di caverna di Platone nella quale, al contrario, uomini originariamente liberi sono entrati di loro spontanea volontà. E, pur conoscendo le infinite potenzialità del mondo esterno, hanno preferito restare a guardare le ombre sulla parete.

Quelle isole, oggi, si chiamano social network. Reti sociali. Che è un nome paradossale, dato che la più grande rete sociale è proprio il World Wide Web. Per fare un esempio, è come se iniziassimo a chiamare “strade” un insieme di labirinti disegnati su un incrocio della rete viaria cittadina, e poi iniziassimo a circolarvi incessantemente, come insetti, dimenticando di non essere che all’interno di un percorso disegnato sul selciato di una strada reale, che tuttavia potrebbe portarci ovunque, a patto di sopportare l’idea di allontanarsi da quel brulicare, simile ad un alveare, di nostri simili, impegnati a ronzare e a nutrire inconsapevolmente l’ape regina. E l’Ape Regina si chiama Zuckerberg. Ma si chiama anche Sistema, che ha così accesso, per via delle rigide regolamentazioni che accettiamo all’ingresso, a tutti i dati che ci riguardano, e ha facoltà di decidere quali contenuti debbano essere condivisi e quali no.

Con Internet e con il World Wide Web abbiamo creato il modo di superare le intermediazioni, la censura e la manipolazione. E poi l’abbiamo abbandonato, in favore di un mondo fatto di intermediazioni, di censure e di manipolazioni. Si può essere più stupidi? E pensare che basterebbe uscire dal labirinto, per vedere gli spazi immensi di una città semi deserta investirci con il vento di mille storie ancora da scrivere. Ma allora perché non lo facciamo? Forse perché non siamo ancora pronti per essere liberi. Il bisogno istintivo di stare con gli altri è più forte. Ma cosa succederebbe se, per seguitare con la nostra analogia, una pioggia torrenziale, o un fulmine, o il piede di un bambino capriccioso distruggessero il formicaio? Cosa succederebbe se miliardi di persone all’improvviso venissero liberate da Facebook e si riversassero nelle autostrade digitali a infinite corsie o, peggio ancora, facessero ritorno nel mondo reale? Provate a pensarci.

 

C. Messora
Condividi questo articolo su:
tags:
#Claudio Messora
Articoli correlati: