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BRAVO PHIL. GLI HAI FATTO VEDERE COSA VUOL DIRE “FARE L'ITALIANO”

di Alessandro Montanari

“Se fai ricorso, ti giochi la carriera. Smettila di fare l'inglese... Fai l'italiano!”. Ora mi si darà del sognatore ma io credo che Philip Laroma Jezzi, il ricercatore universitario che ha fatto scattare l'inchiesta costata a 7 docenti gli arresti domiciliari e ad altri 22 la sospensione dall'insegnamento, abbia scelto davvero di “fare l'italiano”. No, non quel tipo di italiano, che pure innegabilmente esiste, che ha provato a convincerlo a non disturbare il sistema con la sua integrità. Quell'altro tipo di Italiano: l'Italiano alla Giorgio Ambrosoli, alla Giovanni Falcone, alla Paolo Borsellino, alla Libero Grassi. L'Italiano che non volta la faccia dall'altra parte. L'Italiano che non patteggia. L'Italiano che non vende l'anima per un sì.

In questa maleodorante vicenda, che come ai tempi di Tangentopoli si sorprende di un malcostume arcinoto e quindi silenziosamente tollerato, io infatti non leggo l'eccezione alla regola, ma l'inizio potenziale di una regola nuova.

In poche ore Philip, questo ricercatore “infaticabile” e “dotatissimo” che alla soglia dei 50 anni (50anni!) non è ancora riuscito a ottenere una cattedra, è stato celebrato come un angelo vendicatore da migliaia di giovani italiani, onesti e meritevoli, che stanno fuggendo all'estero come moneta buona scacciata dalla moneta cattiva.

Philip però non è fuggito. Lui ha scelto di rimanere e provare a invertire il corso della storia. La sua intelligenza è davvero pericolosa perché Philip ha intuito che la forza di quest'Italia dei peggiori sta tutta nel mito della sua invulnerabilità e che il mito continua a nutrirsi di se stesso finché qualcuno non ha il coraggio di sfidarlo. Usa l'astuzia e la legge, Philip. Accende il suo registratore e, come Davide, lo scaglia come una pietra in faccia a Golia. Non lo abbatte, ma fa qualcosa di ancora peggiore: dà l'esempio.

Ciò che il sistema dei mediocri assolutamente non tollera, infatti, è proprio questo: che qualcuno possa essere d'ispirazione ad altri. Ecco perché prova in ogni modo ad irretire il singolo: perché sa che è all'entusiasmo della prima breccia aperta che le rivolte possono tramutarsi in rivoluzioni.

Ci sono tanti fortini da riconquistare in questo Paese. I patti di potere, le clientele, il sistema della raccomandazione e le baronie non affliggono soltanto il mondo accademico. Governano anche gli incarichi nella sanità pubblica, eleggono gli arbitri del Bene e del Male nella cultura, indirizzano i fondi al sistema economico e, non da ultimo, regolano le carriere nella comunicazione che forse, per via del plateale interesse che la politica ha nella partita, è, tra tutti, il caso più chiacchierato e meno compreso.

Ed è proprio su questo tema che anche io, come Philip, mi sento oggi chiamato a “fare l'Italiano”.

Ai tempi della Prima Repubblica, nei corridoi della Rai circolava una battuta alquanto illuminante sul metodo di reclutamento dei giornalisti nel servizio pubblico: “uno della Dc, - si diceva - uno del Psi, uno del Pci ...e uno bravo”. La quota d'accesso accordata al merito, dunque, non poteva oltrepassare il venticinque per cento. Una proporzione perfettamente calcolata. Quella misura, infatti, era studiata per fare in modo che la competenza di uno bastasse effettivamente a compensare l'inettitudine degli altre tre, ma anche a garantire che quell'uno si sentisse sempre accerchiato e vigilato dagli altri tre. Questo per dire che la selezione all'ingresso, nel giornalismo, è sempre stata regolata con il dovuto scrupolo.

Tuttavia non è di raccomandati che questo mestiere sta morendo, quanto piuttosto di conformismo, snobismo e settarismo. Qui la baronia è rappresentata da una ristretta aristocrazia dall'intelletto pigro e il ventre gonfio, nota ultimamente per farsi sorprendere dai paparazzi di Dagospia cosiccome dagli esiti elettorali (Brexit, Trump, il boom di Afd), che crede suo compito educare il popolo piuttosto che disturbare il potere. Il potere vero, naturalmene, non il potere impotente della politica.

Quaggiù il problema non è un concorso truccato. Sì, è vero. Talvolta anche i bandi per entrare in Rai hanno attirato l'attenzione della magistratura. E lo stesso è accaduto per l'esame di Stato che trasforma un praticante, precario o disoccupato, in un giornalista, altrettanto precario o disoccupato. Ma qualche viscido che sa come sfruttare le proprie posizioni di vantaggio c'è ovunque e sempre ci sarà. Il problema vero, dicevo, nella pratica del giornalismo, è che ad essere “truccato” dalle posizioni di vantaggio, oggi, è il principio stesso del pluralismo.

Prendo il caso dei talk-show, dei quali ho avuto qualche esperienza diretta, perché la televisione resta tuttora il più potente mezzo di comunicazione e, perciò, va da sé, di propaganda. La televisione oggigiorno pretende dai conduttori un'imparzialità di facciata, che tutti ammetterebbero come ipocrita se non costituisse il paravento ideale per la parzialità sostanziale di certi dibatti nei quali il Torto non potrà mai giocarsela con la Ragione.

Non credo alle verginelle e tanto meno ai giornalisti che si presentano come missionari dell'informazione. La “vocazione” per la verità dei fatti è una favoletta che si racconta al pubblico omettendo regolarmente di spiegargli che, per diventare notizie, i fatti debbono prima di tutto essere selezionati e gerarchizzati. La terza rete aprirà il suo telegiornale con una notizia che nel Tg1 e nel Tg5 potrebbe non avere del tutto asilo e lo stesso vale per le prime pagine dei quotidiani. Una trasmissione che si chiamava La Gabbia, invece, giudicava primari alcuni temi che altri trovavano secondari. E' assolutamente normale. Anormale, casomai, è quando tutti cantano la stessa canzone nella stessa tonalità.

La gerarchizzazione della notizia, dunque, è già un intervento soggettivo del giornalista sulla realtà dei fatti e tuttavia precede il passo, ancor più scabroso, della loro interpretazione. E qui arriviamo al panorama complessivo dei talk-show che, di fornirci una interpretazione pluralistica dei fatti, dovrebbero assolvere il compito.

Anche se ci si ostina a presentarla come imparziale, io credo che una rappresentazione di parte sia legittima e perfino proficua, ma solo all'ovvia condizione che il racconto egemone (un giornalista di quelli buoni direbbe mainstream) venga bilanciato da altri spazi di contro-racconto. Credo inoltre che la quota di questa contro-narrazione debba tendenzialmente rispettare la popolarità che essa riscontra nell'opinione pubblica e nell'elettorato. Se il contro-racconto, però, viene improvvisamente espulso dal circuito mediatico, e magari quest'espulsione repentina avviene proprio alla vigilia delle elezioni, occorre allora prendere atto che la regola costituzionale del pluralismo è stata violata e che in campo è rimasto un solo racconto. Che dunque avrà ampie possibilità di aggiudicarsi il primo premio al grande concorso nazionale e che, per una curiosa e fortuita coincidenza, è proprio il romanzo preferito dell'aristocrazia che governa, ben riconosciuta, il mestiere...

Rassicuro chi si fosse sentito chiamato in causa da queste mie critiche: “ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Come è sicuramente casuale la spiacevole circostanza per cui il pensiero sovranista, che del populismo è ciò che più spaventa il potere, sarà costretto a giocare tutte le partite del girone in trasferta. E cosa dovremmo dedurne noi Italiani? Ci prendono per fessii? In fondo lo sappiamo tutti che il 2018 è l'anno dei ...mondiali.

A. Montanari
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