Le parole della politica
Sabrina Corsello

Basta lo ius soli per essere cittadini?

di Sabrina Corsello

Siamo sicuri che un mondo senza confini, dove nessuno viene lasciato fuori perché un fuori non c’è, sia davvero un mondo più inclusivo?

Siamo proprio sicuri che l’idea di cittadinanza e quella di nazione rappresentino qualcosa da demolire in quanto prerogative di derive nazionalistiche?

A ben vedere la dialettica inclusione-esclusione della cittadinanza non è qualcosa che ha a che fare con i nazionalismi. Non a caso anche lo Stato liberal-democratico risponde a questa dialettica.
Oggi non si fa altro che parlare dell’integrazione come un atto dovuto, un percorso obbligato, ma siamo sicuri che per integrarci abbiamo bisogno di rimuovere le identità culturali e rinunciare alle appartenenze, assecondando le spinte mondialiste verso l’omologazione e l’appiattimento delle varie identità culturali?         
La globalizzazione, infatti, promuovendo la rimozione di ogni forma di appartenenza comunitaria, costituisce il più severo attacco a quell’homo politicus che proprio all’interno della comunità è in grado di prendere coscienza di sé e di realizzarsi come cittadino. Ciò perché il mondialismo, al posto del solido e radicato cittadino, titolare di diritti e doveri, preferisce l’homo migrans, ossia un “atomo consumistico”, controllato da un sistema di bisogni indotti e destinato ad errare negli spazi aperti del mercato globale.           
Se è così, allora l’abbattimento dei confini servirà più che altro a renderci tutti indistintamente potenziali migranti che, potendo appartenere al mondo ma non alla propria comunità, finiscono con il non appartenere affatto.

Anche la legislazione sulla cittadinanza dovrebbe tener conto del rispetto delle diverse identità culturali, dei valori fondativi, nonché delle diverse condizioni economico-sociali dei singoli Stati. Lo jus soli invece, così come è stato concepito, qualifica la cittadinanza solo come appartenenza formale dell’individuo allo Stato nazione ed omette di considerare che la cittadinanza implica in realtà il riconoscimento di una serie di diritti e di doveri che definiscono il principio di eguaglianza sostanziale. Diventare cittadini significa infatti partecipare alla sovranità statale attraverso l’esercizio dei diritti politici e di divenire titolari di quei diritti sociali che garantiscono varie forme di tutela e di sicurezza sociale.

Una concezione sostanziale e non meramente formale della cittadinanza dovrà pertanto fare i conti con le realistiche possibilità di accoglienza del territorio. Non si tratta dunque di scegliere tra accoglienza o non accoglienza, ma se mai di trovare la via per un’accoglienza responsabile. Tuttavia è chiaro che uno Stato non può operare scelte responsabili se si trova nell’ impossibilità di regolare i flussi migratori e di valutare le reali possibilità di accoglienza. I criteri per una accoglienza responsabile sono dunque incompatibili con quelle forme di cittadinanza che, come la cittadinanza amministrativa, tendono a far coincidere il popolo con la popolazione e che sostengono che basti la permanenza nel territorio statale per guadagnarsi i diritti politici.

Ora, per quanto sia vero che uno Stato liberal-democratico debba rimanere aperto all’inclusione, occorre tener pur presente che nella cittadinanza è insito anche un principio di lealtà politica. Divenire cittadini, in una società democratica, significa infatti essere titolari del potere di contribuire a determinare decisioni rilevanti per l’intera comunità nazionale. Ecco perché occorrerebbe riconsiderare la cittadinanza, ben al di là degli stereotipi buonisti degli slogan dell’accoglienza e riflettere sul fatto che vivere all’interno di una comunità non significa soltanto avere delle opportunità, ma essere all’interno di un sistema di obblighi che richiedono l’impegno costante di ciascuno di noi.    Fuori da questa comprensione, il rischio è quello di una società di diritti senza doveri e di una libertà senza assunzione di responsabilità.

Ecco perché non può bastare un decreto. Ecco perché la cittadinanza non può essere strumento di un’integrazione ancora da compiersi, ma se mai il coronamento di un’integrazione avvenuta e di un’identità già acquisita.

S. Corsello
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