Dietro le quinte

Armi di distrazione di massa: la rivoluzione per i sacchetti di plastica

di Enrica Perucchietti

È scoppiata la rivolta dei sacchetti di plastica. In questi giorni le bacheche dei social sono state letteralmente “monopolizzate” da immagini di sacchetti di plastica e dal relativo hashtag. La notizia che da quest’anno si pagheranno i sacchetti per acquistare frutta e verdura ha fatto il giro del web e indignato molti. Doveva essere una misura in favore dell’ambiente, una richiesta arrivata dall’Europa e invece ha scatenato un putiferio che è diventato in poco tempo virale. La normativa ha infatti generato polemiche dai toni sempre più forti: facendo leva su mezze bufale, accuse e strumentalizzazioni varie, da giorni su Twitter e Facebook, non si parla d’altro. I venti di guerra che spirano sull’Iran sono passati quasi inosservati. Alcuni utenti hanno persino proposto di boicottare l’ennesimo balzello in modi diversi e variopinti. C’è chi, ad esempio, ha deciso di pesare e incollare gli scontrini delle bilance direttamente su ogni singolo frutto o verdura.

Che cosa prevede la normativa che ha fatto infuriare il popolo del web?

Come da direttiva europea 2015/720 (che se non attuata avrebbe portato a una multa al nostro Paese), la tassa impone il divieto di usare i sacchetti leggeri e ultraleggeri, per pesare la frutta o incartare formaggi e salumi, con lo scopo di ridurre il consumo di plastica e il suo impatto ambientale rendendo obbligatori i sacchetti con almeno il 40% di componente biodegradabile in modo che siano ecocompatibili (cosa che fino a questo non momento non erano). Se il Codacons ha parlato di una «tassa occulta ai danni dei cittadini italiani», secondo la stima dell’Osservatorio di Assobioplastiche, il budget peserà sulle famiglie oscillando fra 4,17 e 12,51 euro.

Quello che sorprende, però, è la portata dell’indignazione che si è levata contro la normativa, contagiando i profili e le bacheche sui social. L’indignazione è declinata in quattro macromodalità: secondo la maggioranza i sacchetti costano troppo; riprendendo un articolo pubblicato da Il Giornale e rilanciato da Dagospia, si tratterebbe di un favore nei confronti di una ditta presunta “amica” dell’ex premier  Renzi; per principio i sacchetti dovrebbero essere gratis; è una politica che va contro le famiglie già tartassate da tasse e aumenti vari (https://www.agi.it/cronaca/sacchetti_spesa_buste_bio_shopper-3333977/news/2018-01-03/).

Eppure, spiega Stella Bianchi, parlamentare PD e prima firmataria dell’emendamento che ha introdotto la normativa,  «abbiamo sempre pagato i sacchetti della frutta e della verdura. Il costo dei sacchetti di plastica che abbiamo usato finora sono sempre stati spalmati sul prezzo finale del supermercato, come succede con tutti i costi di funzionamento. Ora ci accorgiamo di pagarle, il prezzo risulta sullo scontrino e questo è stato deciso perché uno degli obiettivi della direttiva era aumentare la consapevolezza dei cittadini europei sul fatto che la plastica è un costo e quale modo migliore per rendersene conto se non questo?» (https://www.democratica.com/interviste/sacchetti-frutta-verdura-bufale/). Quindi, di fatto, saremmo di fronte a un falso problema con cui si sta monopolizzando l’informazione alternativa, distraendola da altri problemi.

Siamo un Paese strano, in cui si rischia una rivoluzione per dei sacchetti di plastica ma non si fa nulla per il progressivo smantellamento dello stato sociale in atto ormai da anni. Un Paese che giustifica qualunque provvedimento trincerandosi dietro al progresso e all’innovazione e che finisce invece che creare un tempesta in un bicchiere d’acqua. Un Paese i cui cittadini hanno ormai la coscienza intorpidita come le zampe della rana di Chomsky e finiscono per accettare qualunque provvedimento venga imposto dall’alto senza fiatare, ma non l’aumento dei sacchetti di plastica.

Ora, senza entrare nel merito della normativa, dei possibili retroscena e senza soprattutto voler strumentalizzare la notizia come alcuni quotidiani hanno fatto, verrebbe da chiedersi quanti di coloro che ora sono sul piede di guerra si sono indignati quando è stato abolito l’articolo 18 o si sono organizzati quando sono stati introdotti dieci vaccini obbligatori per legge. Dovremmo riflettere sull’importanza di certi provvedimenti, notando con amarezza come il popolo, eternamente distratto da falsi problemi o dai “circensi”, sembri non occuparsi delle questioni sociali urgenti finché non si sente colpito direttamente “nel portafoglio”.

Si tratta come sempre di distrazione: l’elemento principale del controllo sociale che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico da problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche attraverso la tecnica del diluvio o inondazione di continue “distrazioni” e informazioni insignificanti. Al giorno d’oggi queste si diffondono in modo virale grazie ai social e alla scarsa attenzione e approfondimento degli utenti. Si intende cioè tenere il pubblico occupato senza dargli il tempo di pensare, rendendolo pertanto “passivo”. Il pubblico, da parte sua, tenderà a condividere notizie che non avrà nemmeno approfondito, rimanendo sempre su un livello superficiale di informazione.

Insomma, bastano 2 centesimi in più per far scoppiare una rivolta se questa è social, mentre non è bastato, negli anni, ipotecare il futuro delle prossime generazioni per far scrollare dall’inerzia i cittadini.

 

E. Perucchietti
Condividi questo articolo su:
Articoli correlati: